Drazan Gunjaca

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- I congedi balcanici
- La roulette Balcanica
- Il crepuscolo della ragione
- Amore come pena
- A metá strada del cielo
- Quando non ci saro' piu'
- Buona notte, amici miei
- I sogni non hanno prezzo
- Tutti gli uomini sono fratelli

 


www.impattosonoro.it / Rocco

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www.kaleidon.it / Fara Editore

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www.backstreets.it / Simona Mulazzani

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www.valentinammaka.net / Valentina A. Mmaka

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www.paroledisicilia.it / Paola Turroni, Stilos

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http://librinuovi.devep.org / G. Artusi

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VANESA BEGIC, Most-The Bridge

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 VUJICA OGNJENOVIC, Vijesti, Montenegro

 SAMUELE GRASSI, Exitime, Italia

VLATKO SIMUNOVIĆ, POBJEDA, PODOGORICA, CRNA GORA, 14.02.2009

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VANESA BEGIC, Most-The Bridge n.3-4/2004, Zagreb (croatian journal of international literary relations).

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INTERVISTA: L'AVVOCATO POLESE DRAŽAN GUNJAČA E UNO DEGLI AUTORI ISTRIANI PIU PREMIATI E PIU TRADOTTI ALL'ESTERO

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Devo il mio successo esclusivamente ad Internet

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L'avvocato polese, conosciuto negli ultimi anni anche come scrittore, Dražan Gunjača, vincendo numerosi premi e con una ricca produzione letteraria, ha segnato un nuovo fenomeno sulla scena letteraria istriana. Benché non appartenga a quel cerchio di scrittori che sono da anni presenti al vertice della letteratura istriana, dopo il primo romanzo - accolto ottimamente dalla critica e dal pubblico - ha cominciato a ricevere premio dopo premio. La maggior parte dei premi gli sono stati conferiti in Italia, dove gli sono state pubblicate anche molte opere. Adesso, per quel che concerne il numero di premi, ha oltrepassato di gran lunga altri autori che creano in questa area.

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Dražan Gunjača (Sinj, 1958), avvocato di professione, nell'ultima decina di anni vive a Pola. Ha pubblicato le opere A meta strada dal cielo , Congedi balcanici e Amore come pena , che fanno parte della trilogia Congedi Balcanici . Inoltre, ha pubblicato pure i romanzi Buona notte, amici , I sogni non hanno prezzo, il dramma Roulette balcanica e All'ombra della ragione , come pure la raccolta di poesie Quando non ci saro piu .

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Il maggiore numero di premi e stato conferito al suo dramma Roulette balcanica , ovvero: «Il viaggio infinito 2003», «Anguillara Sabazia citta d'arte» (targa del Parlemento europeo), «Premio Ripa Grande», «Premio Cesare Pavese-Mario Gori 2003», «Premio Carver 2003», «La fonte, citta di Caserta», «Premio Logos 2003», «Premio Phintia 2003», «Concorso verso il Duemila», «Premio internazionale Navaro», «Citta di Casino», il prestigioso «Premio letterario Trieste – scritture di frontiera 2003», per opere teatrali e il premio internazionale «Nuove lettere», pure nel 2003.

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Il romanzo Congedi balcanici e stato premiato nel 2002 con il premio «Satyagraha», mentre per l'opera poetica gli e stato conferito il premio «Agora» 2003. Nel 2003. godine ha ricevuto il riconoscimento al «Concorso arcobaleno della vita» per il racconto Amore e patria e il Premio internazionale Citta di Lugo 2003 per la storia A prima vista .

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Parlando del suo opus, non si puo non ricorrere al discorso postmodernistico, dove viene in particolar modo evidenziata l'intertestualita. Gunjača ha determinato una svolta anche nei modelli di creazione del mondo testuale, lui e autore di un cosiddetto «romanzo dialogico», dove l'intera componente narrativa si basa sulla descrizione dei rapporti tra due protagonisti: l'eroe e l'antieroe.

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Gunjača scrive in modo assai chiaro, con grande facilita, e che ha un senso istantaneo per il ritmo e per il testo. Sintetizzando in una frase la tematica dei suoi romanzi, potremmo dire che lui scrive dei problemi dell'uomo contemporaneo nei Balcani prima e dopo la guerra. Lui affronta questi temi da diversi punti di vista, con una stilizzazione psicologica dei personaggi molto profonda. Attraverso le storie di vita dei protagonisti, lui delinea un importante aspetto di storia sociale, dove il destino individuale e collegato con quello collettivo.

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Per quel che riguarda la comp onente strutturale del testo, il narratore nei romanzi di Gunjača non e sempre analitico oppure onnisciente, talvolta e uno dei personaggi, mentre altre volte sembra che il narratore assieme ai protagonisti vada a scoprire l'intreccio piu o meno complesso.

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Nei suoi romanzi pure le descrizioni come la parte espressamente narrativa richiedono il principio di temporalita, e talvolta l'importanza delle nostra percezione degli avvenimenti e dei personaggi e minore del grado del nostro sapere di tutto. I personaggi, notiamo bene, sono sotto ogni aspetto esseri reali, protagonisti di vicende autentiche, mentre la poesia di questo autore, che spesso crea anche una poesia di tipo sociale, e in un certo modo il passaggio dal discorso narrativo e quello filosofico.

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Al giorno d'oggi spesso si sente parlare che corrono tempi difficili per la letteratura. Lei, pero, e uno degli autori piu premiati da queste parti. Da sottolineare che la maggior parte dei premi li ha ricevuti in Italia. Ritiene che li i suoi libri siano stati riconosciuti in una maniera migliore, ovvero che i nostri lettori non li abbiano saputo riconoscere pienamente?

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- Vero, in Italia negli ultimi due anni ho ricevuto un gran numero di premi letterari, accompagnati da eccellenti recensioni e da molte interviste, il che dice abbastanza. Per quel che concerne i nostri lettori, questa domanda e molto piu complicata, ovvero, meglio dire, la risposta a tale domanda e complicata. Io, per quel che e possibile, ho dei lettori devoti e numerosi anche qui da noi, e cio prima di tutto grazie ad Internet che alla raccomandazione dei lettori stessi. Il vero quesito potrebbe essere perché i media tacciono, ovvero in gran parte ignorano sia le mie opere che i miei premi? Pero, non sta a me rispondere a questa domanda. Posso soltanto suppore di cosa si tratti (tra l'altro la sindrome dello scrittore di provincia, l'esistenza di gruppi ai quali non appartengo, i temi che riporto…). Spero soltanto che il tutto quanto cambiera in meglio con il passare del tempo.

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Quale elemento delle sue opere ritiene sia la formula vincente, ovvero dove sta la piu alta qualita?

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- Scrivendo, perferisco la forma dialogica, percio i miei drammi sono probabilmente la cosa di maggiore qualita. D'altra parte, al mio successo ha contribuito senz'altro lo stile, tra il naturalismo e il realismo, dipinto d'ironia e grottesco. Siccome i temi che affronto per molti sono ancora assai dolorosi, allora la simbiosi di lacrime e ilarita, che si trovano nei miei lavori, rendono i libri interessanti ai lettori.

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I Vostri idoli letterari?

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- Preferisco gli autori vicini al realismo. Dai classici russi (Gogolj, Dostojevski) attraverso Remark (tra i preferiti) fino a Hemingway,

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L. Uris, I. Shaw, J. Heller ed altri. Ci sono molti autori che stimo. Quando leggo alcuni di essi, penso come la letteratura moderna sia sovra o sotto valutata. Da cio, naturalmente, non mi escludo. L'anno scorso il mio interesse s' stato nuovamente catturato da Meša Selimović (che avevo utilizzato per il dramma «U sjeni razuma»). Poi c'e Danilo Kiš… Spero soltanto che un giorno avro abbastanza tempo e pace da riuscire a leggere almeno una parte dei libri che ho procurato durante gli anni un po da ogni dove.

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Come e stato accettato lo scrivere di fenomeni bellici, motivo ricorrente nelle Vostre opere?

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- Cio e stato accettato molto bene per via dello stile (perché nelle mie opere i lettori sia ridono che piangono per quanto i temi siano difficili e dolorosi), pero, la vita e tale ed io la descrivo cosi com'e, senza mistificazione e complicazione, usando il vocabolario che corrisponde a tale realta. Naturalmente, non esiste nulla che non possa fare ridere l'animo umano, magari facendolo piangere.

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Siete stato premiato sia come autore di prosa che di drammi. Attraverso quale genere descrive nel miglior modo le difficolta e le incertezze dell'uomo moderno?

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- Indipendentemente dal genere, poesia, prosa o dramma, mi occupo sempre delle stesse verita e questioni vitali, continuamente motivato da alcune vicende della vita reale, e percio risulta difficile dire dove cio mi riesca migliormante. Ad esempio, gli amanti della poesia diranno senz'altro che si puo piu capire da una poesia che dal romanzo intero. Altri s'affezionano di piu ai drammi. Mi sembra che quelli che leggono devono esprimere il giudizio. Eventualmente aggiungero che la prosa e il genere tramite il quale mi sono spinto piu in la, perché con la prosa si riesce a rappresentare lo spettro piu vasto degli aspetti di vita dell'uomo moderno.

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L'Internet ha un ruolo importante nella Vostra produzione letteraria…

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- Il piu grande problema della maggioranza degli scrittori si riduce alla questione: come giungere sino ai lettori? Come rendere un'opera accessibile ad un ampio pubblico di potenziali lettori? Difficilmente, molto difficilmente. Posso solamente menzionare il mio esempio, non ho un editore potente alle mie spalle, non ho un lobby che promuova i miei interessi, non sono membro di associazioni culturali che mi fornirebbero sostegno, non ho qualcuno che mi aiuti nelle istituzioni o nelle riviste letterarie, cosi brevemente detto – non ho nulla di tutto quello necessario affinché i lettori, un cerchio piu vasto, sappia dell'esistenza di un libro (cosi stanno le cose qui da noi, mentre all'estero va meglio). A proposito dei prezzi di un'eventuale pubblicita, meglio non parlarne. Poi cosa ti rimane? Solamente l'Internet. Percio direi questo questo mezzo e d'importanza fondamentale nella mia produzione letteraria. Senza di lui non esisterei come letterato. Dunque il mio successo, qualunque esso sia, e dovuto esclusivamente ad Internet.

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Per ultimo: quando ha iniziato la carriera letteraria, ovvero quando ha sentito il bisogno d'iniziare a scrivere?

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- Questo sembrera un luogo comune, pero, devo dire che ho iniziato a scrivere da bambino (poesie, racconti brevi…). Una ventina e passa anni fa, ho scritto il primo romanzo A meta strada dal cielo . Poi, come di solito accade, la scrittura e caduta in secondo o terzo piano, o chissa dove. Dopo e arrivata la guerra, che ha frantumato molte cose dentro di me. In seguito ho vissuto dei drammi personali, cosi che l'uomo, costretto dai fatti, inizia a cercare l'uscita dall'assurdo chiamato «quotidiano nei Balcani». La ricerca di luce melodiosa, cercando l'uscita da questo traforo turbolento ed oscuro. Queste circostanze mi hanno fatto ritornare alla scrittura. Senza intenzione di pubblicare. Poi degli amici hanno letto tutto quanto, e mi hanno convinto a pubblicare. Sinceramente, non speravo nemmeno lontanamente di pubblicare tanto, e tantomeno di essere premiato all'estero. La vita talvolta (anche se raramente) ci sorprende positivamente. Dicono che quando il destino chiuda la porta, apra la finestra. La scrittura e la mia finestra vitale. Ci sono giorni in qui si vede l'orizzonte ricoperto da bellissimi colori promettenti, e ci sono poi ancora giorni quando dalla nebbia non si vede nulla…Pero, senza fare caso alla visibilita, la finestra e qui. E questo e, credetemi, spesso l'unica ragione per la quale vale attendere il giorno seguente. La sola esistenza della finestra. La porta l'ho gia dimenticata. Ormai da tanto tempo.

 

    8. VUJICA OGNJENOVIC, VIJESTI, Montenegro

È facile essere Croati, Serbi o Montenegrini, ma è molto difficile essere uomini

Quotidiano indipendente VIJESTI, Montenegro, 30.06.2007.

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         La sua trilogia “Congedi balcanici” è fatta dai romanzi “A metà strada verso il cielo”, “Congedi balcanici” e “Amore come pena”. Come sono nati questi romanzi e come li presenterebbe in breve?

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       Ho scritto il romanzo “A metà strada verso il cielo” nel 1983 e poi ho smesso di scrivere. La vita riordina le priorità… Più tardi abbandonai l’ex Marina militare, iniziai a occuparmi di legge ed arrivò la guerra. È passata anche la guerra, ma ha lasciato dietro di sé numerose domande, dubbi, esami di coscienza, conflitti con se stessi e gli altri… Il tutto mi ha fatto riprendere la scrittura e attorno al 2000 vennero alla luce i “Congedi Balcanici”. Sinceramente, mi sono messo a scrivere per me stesso, per salvare quello che mi rimaneva della sanità mentale, ormai già intaccata. Non pensavo affatto alla pubblicazione, e tanto meno alla traduzione in altre lingue e ai premi, quello che poi è accaduto.

In poche parole, si tratta di romanzi contro la guerra, di orientamento multiculturale, che trattano il periodo prima della guerra (“A metà strada verso il cielo”), la guerra (“Congedi balcanici”) e il periodo del dopoguerra (“Amore come pena”).

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        Il suo eroe nei “Congedi balcanici” dice: “Mi sembra che la specie più adattabile nei Balcani sia proprio l’uomo, a condizione che sia nato e cresciuto qui. Altri esseri umani non si sono mai, ne riusciranno mai ad adattarsi ai Balcani, né comprenderanno questa gente, da dovunque essi provengano”. Per quale ragione: di storia, di miti viventi, di illusioni…?

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              In vece di rispondere, parafraserò un pensiero del romanzo “Anche il cielo è per gli uomini”, che ho appena terminato. Dice pressappoco così:

              “Le prime cinque generazioni dei popoli di queste terre creano un’idea attorno alla quale tutti si riuniscono, le prossime cinque generazioni mandano l’idea a puttane, poi altre venticinque generazioni creano un mito attorno all’idea sorpassata, e alla fine una decina di generazioni celestiali vanno in guerra per quest’idea. E così in un circolo vizioso, fino a che non tocca a noi, appartenenti a qualche cinquecentesima generazione, combattere una guerra già perduta contro miti e mitomani…”

              Se questo pensiero vi sembra troppo generalizzato, prendete i libri di storia dell’inizio del secolo scorso di qualunque di questi popoli, poi prendete libri simili della metà del secolo, e fate lo stesso con le edizioni odierne. Tra tante versioni offerte da questi libri, giudicate da soli cosa sia verità storica, cosa un mito e cosa sono solo illusioni… Cercate di tracciare dei confini precisi tra queste categorie… Da queste parti ogni generazione ha una propria storia, miti e illusioni che sono solo loro. Non esiste una verità storica che resista alla guerra, e nei Balcani non c’è generazione che non sia stata coinvolta in qualche guerra.

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Nei suoi romanzi e drammi scrive di eventi tragici con molta ironia e grottesco. Come interpretare questa sua scelta? Forse come contrappeso agli orrori della guerra?

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Proprio così. Ho scritto da qualche parte che il sarcasmo è l’ultimo bastione spirituale dell’intellettualismo. Dopo tutto, cos’altro mi rimane? Ammettere che la guerra mi ha sconfitto? Neanche per idea. Hanno sempre potuto e possono ancora prendermi tutto eccetto il mio passato e la mia anima. È da un bel pezzo che ho smesso di contare seriamente sul futuro. Sembra patetico, me ne rendo conto, ma non posso farne a meno. In fin dei conti, non è colpa mia se viviamo in territori che sono ormai impregnati di patetica che non ci fa seppellire i morti e non lascia vivere i vivi…

              L’ironia ed il grottesco sono soltanto un meccanismo di difesa, nulla più.

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I suoi libri trattano le conseguenze del sanguinoso disfacimento dell’ex Jugoslavia che hanno segnato le vite della gente comune. Scrive di esperienze familiari di uomini comuni e non di strategie militari, anche se era un militare professionista. Come mai ha scelto questo tipo di approccio al tema?

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              Perché mi interessa l’uomo comune e non gli strateghi. Perché i cosiddetti uomini piccoli sono miei amici che per me sono più importanti di tutti gli strateghi storici messi insieme. Per questi ultimi, essi sono solo una statistica, dei numeri che appartengono ai loro grandi piani pieni zeppi di sangue, lacrime e sudore… Per me, l’uomo comune fa parte della mia vita, del mio passato al quale non voglio rinunciare per nessuna ragione, perché non posso rinunciare a me stesso. Gli strateghi e gli stati non mancheranno mai. Ma ci mancano sempre gli uomini veri, gli amici, quelli che non volteranno la testa mentre i bruti ti tengono sotto tiro.

              È facile essere Croati, Serbi o Montenegrini, ma è molto difficile essere uomini.

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A differenza della roulette russa, dove la probabilità di rimanere vivi esiste, la roulette balcanica consiste nel premere il grilletto di una pistola automatica, e non c’è via di scampo, la morte è certa… In questo dramma sembra davvero molto pessimista… Perché?

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Nel romanzo “Sette giorni di solitudine” ho scritto che non sono né ottimista né pessimista, bensì realista, con una leggera tendenza all’idiotismo. Come lo sono diventato? Facilmente. L’ambiente come fattore di (a)socializzazione. Dopo tutto, cos’altro scrivere dopo che hai passato tutta la notte con un vecchio amico implorandolo a non suicidarsi…

              Bisogna essere ottimisti. Vorrei tanto esserlo. Delle volte ci riesco. Ma poi la vita mi assesta un colpo basso ed io, con un po’ di vergogna per la mia ingenuità, torno ad essere realista…

              Comunque, per quanto la vita mi tratti male, non perdo neanche un’opportunità ad accogliere un po’ di ottimismo. Per quanto poco possa durare, senza ottimismo non c’è futuro.

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Il dramma “Roulette balcanica” non ha avuto la fortuna di apparire in scena nei teatri in Croazia e Serbia. Perché si rimanda?

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              Non mi aspetto più nulla, ma vorrei vedere la rappresentazione del dramma nella lingua in cui è stato scritto. Ho visto la rappresentazione di un teatro italiano che è venuto a Pola, naturalmente in lingua italiana.

              Non lo so quanto c’entri la fortuna e perché sia così. Le ragioni sono sicuramente molteplici. Quello di cui sono certo è che molti pensano che sia troppo presto per rappresentare pezzi del genere (multiculturali). Le ferite di guerra sono ancora fresche… Io sono in grado e mi sforzo a capire tutte le vittime della guerra, indistintamente dalla loro appartenenza etnica. Ma non posso e non voglio capire quelli che vivono a scapito di queste vittime. So molto bene come reagiscono le persone comuni ai miei libri e drammi, e sono sicuro che non avrebbero nulla in contrario se venissero rappresentati in scena. Tutt’altro. La logica elementare ci fa concludere che qualcuno deve comunque essere contrario. E perché, se la guerra, come dicono, è davvero finita?

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Quanto ha influito la guerra sulle persone nel suo ambiente, in Istria?

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              La guerra, mentre dura, è una tragedia collettiva che non lascia fuori nessuno. Quando cessa, diventa la tragedia degli individui che hanno perso qualcuno, se stessi o parte di sé. Anche l’Istria appartiene a questa visione. Ma bisogna dire che in Istria non ci furono azioni militari, per cui era ed è rimasta un luogo di accoglienza per profughi. La gente istriana è per tradizione molto tollerante, il che in periodo di guerra per molti diventa una qualità di inestimabile valore.

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Lei è stato un ufficiale dell’ex Armata Popolare Jugoslava, più tardi un avvocato nel periodo della guerra e nel dopoguerra. Dicono che il periodo del dopoguerra sia sempre più difficile della guerra stessa. È d’accordo?

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              È stata un’esperienza molto difficile. Da una parte cerchi di sopravvivere, dall’altra tenti di rimanere uomo. Non so dire quale delle due cose è stata più difficile. Spero di esserci riuscito almeno in parte, in tutt’e due.

              Quanto al dopoguerra, non direi che sia più difficile della guerra stessa. Grandi aspettative portano inesorabilmente a grandi delusioni. La guerra porta con sé delle grandi aspettative. Forse le più grandi. Di conseguenza, come dicevo, ci sono anche grosse delusioni. Tutti i partecipanti si aspettano troppo dalla guerra e, alla fine, la maggioranza si sente tradita. Ciò nonostante, la guerra è di gran lunga più terribile. Prima o poi, uno si rassegna alla delusione, ma non ci si può rassegnare alla morte.

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Il suo romanzo “Lo stupro della ragione” parla del dopoguerra, di persone tradite, che sono servite come “carne” per la macchina da guerra, delle terribili conseguenze del DPTS (disturbo post-traumatico da stress) che ha fatto vittime tra tanti veterani della guerra. Quanto si parla di questo problema in Croazia oggi?

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              Se ne parla molto, naturalmente. In particolare negli anni delle elezioni. Allora se ne ricordano tutti, alcuni si fotografano con i veterani se ne hanno l’occasione… Gli danno una pacca sulle spalle e una promessa di un futuro migliore. Ma il problema che questa malattia ci porta è che essa non riconosce il futuro.

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Dopo la guerra nei territori dell’ex Jugoslavia la questione d’ identità diventa molto importante per alcune persone. Cosa ne pensa lei?

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              Personalmente non ho mai avuto problemi d’identità, e non mi ha mai dato fastidio l’identità degli altri. Un’eccezione a questa regola sono quelli che della propria identità hanno fatto carriera (di tutto rispetto). Io li chiamo Croati professionali, Serbi professionali… Hanno saputo far soldi sulla questione d’identità dandogli un prefisso negativo. Ne hanno fatto una cosa talmente “importante” che spesso vi dipende addirittura l’esistenza (a patire dall’posto di lavoro in poi…).

              L’identità dovrebbe essere una questione personale di ogni individuo che non dovrebbe in nessuna maniera, tanto meno negativa, influenzare il suo stato sociale. Nel momento in cui l’identità diventerà veramente una cosa personale per ogni individuo e non una questione di importanza sociale, sarà molto, ma molto meno importante.

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I suoi romanzi sono stati pubblicati negli USA, in Italia, in Germania, in Australia, nella Bosnia ed Erzegovina, in Serbia. Ha ricevuto numerosi premi letterari in Italia. Come mai sono stati gli Italiani a scoprirla come autore, ancor prima di un qualsiasi riconoscimento nel suo paese?

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              Per puro caso (sempre che crediate ai casi).

              In genere sono contrario alla globalizzazione, ma come si suole dire, non tutti i mali vengono per nuocere. Io sono stato promosso ad autore più o meno conosciuto grazie a Internet. Vivo a Pola, una piccola città fuori dai grandi centri e grandi media, per cui Internet era l’unico modo per raggiungere il pubblico. Quando ho scritto il romanzo “Congedi balcanici”, il mio amico Srđa Orbanić l’ha tradotto in lingua italiana, dopo di che, tramite Internet, l’ho offerto ad alcuni editori italiani e l’ho mandato al concorso per il Premio Satyagraha 2002 (Italia) incentrato sul tema della pace. Ho vinto questo premio e da lì è partito tutto. Si potrebbe dire che senza Internet non esisterei come scrittore. Purtroppo, quanto riguarda il mio paese, l’Internet non aiuta perché vi subentrano altri tipi di problemi di cui ho già parlato.

              Alla fine devo dire che, anche da queste parti, le cose sembrano andare meglio… Per alcuni i cambiamenti sono troppo lenti, per altri troppo veloci, ma l’importante è che qualcosa si stia muovendo.

 

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   9. SAMUELE GRASSI, Exitime, n.10-2008, Italia

http://www.exitime.it/pdf/exitime_agosto_nr10_web.pdf

 

     1.– Hai dato voce,una voce straordinaria e di rara intensità, ad  uno dei più grandi paradossi della storia  di questi anni. La Jugoslavia, dopo 46 anni  si disgrega  in piccoli stati in nome della nuova  democrazia e dell'identità nazionale. E, come se il tempo non fosse  mai passato. Nel cuore di un' Europa impotente e irresponsabile,alla  fine del secondo millennio e dopo la fine la caduta del muro di Berlino, scoppia  una guerra assurda e per molti di noi ancora incomprensibile e atroce. Come se da un buco nero della storia fuoriuscissero i fantasmi grotteschi  di conflitti antichi e mai risolti. Come è possibile? Perché è accaduto?

     Gia' da anni rispondo a questa domanda, dell'argomento ho scritto molto nei miei libri, e ne ho letto ancora di piu' nei libri di altri autori. E come il tempo passa, sempre piu' spesso ho l'impressione che la risposta e' palese, a portata di mano, solo che a nessuno interessa realmente. La cosa importante e' la percezione e non la realta', e la percezione viene creata dai media che sono a servizio di vari interessi «maggiori». La percezione dell'ultima guerra balcanica si riduce spesso a stereotipi sui Balcani che non hanno senso ma che sono necessari a coloro che avevano bisogno della guerra per realizzare i propri interessi.

     Detto in modo semplice, la querra c'e' stata perché qualcuno, certi ne avevano bisogno. Come nel caso di tutte le guerre precedenti e di quelle future. Chi aveva bisogno di questa guerra? Parecchi. In effetti, gia' ponendo la domanda Lei implicitamente ha risposto ad essa. Noi abbiamo scambiato uno Stato responsabile e potente con, come dice Lei, un'Europa irresponsabile e impotente. Ora, a chi va bene una tale Europa e a chi dava fastidio una Jugopslavia responsabile e potente… Inoltre, la domanda perché la Jugoslavia dovesse dissolversi non e' neanche tanto importante. La Rasposta ad essa e' relativemente semplice. Molto piu' importante e' la domanda perché la guerra doveva succedere? Preché anche qui non si e' avverata la cosiddetta rivoluzione di veluto, come in Cecoslovachia, anche se, chiaro, era possibile?

     In fine, tutto si riduce a mera distribuzione di sfere d'interesse. Fa alquanto ribrezzo quando questi interessi vengono avvolti nelle bandiere nazionali permeate di sangue degli innocenti ed ingenui, ma neanche cio' e' una nostra peculiarita'. Prendete un qualsiasi libro di storia oggettivo di qualsiasi popolo e vedrete che si tratta di una storia che riguarda tutta l'umanita' e non e' quindi un'esclusiva di noi che viviamo nei Balcani (anche se sono molti coloro che vogliono credere che sia cosi'). Sebbene, con i libri di storia bisogna andarci cauti, perché l'oggettivita' e' il loro lato piu' debole…    

     Quindi questa guerra non e' ne piu' ne meno assurda di qualsiasi altra guerra, e non e' neanche difficile da capirla, ma cio' non toglie che e' stata terrificante. Inoltre, anche bizzarra. Noi croati abbiamo condotto una guerra di liberazione e non abbiamo neanche un eroe. I generali che sono autori di vittorie epiche sono all'Aia in attesa di dure condanne…  capi politici durante la guerra sono stati salvati dalla prigione per il volere del Signore: sono morti in tempo. Gli americani che peru n certo periodo di tempo erano – si dice – nostri alleati (con amici del genere non hai bisogno di nemici), ora testimoniano nei processi contro di noi. Se cosi' se la passano i vincitori, pensi come allora se la passano

quegli altri… I fratelli serbi che dalle loro sconfitte vogliono creare nuovi miti sulla congiura vaticano-tedesco-americano-russo-massonica contro il popolo serbo. I fratelli bosniaci che ancora non riescono a mettersi d'accordo tra di loro se la guerra l'hanno persa o vinta. Loro se la passano peggio. Perché non esistono le condizioni di percepirsi ne come perdenti ne come vincenti…

     Vi sembrera' che ho esagerato con l'ironia. Possibile, ma si tratta di ultima mia barriera di fronte all'avanzata del primitivismo onnipresente 

2. - Chi era Drazan Gunjaca da giovane prima della guerra. Di quale cultura si nutriva, di quali libri?

     Sono nato a Sinj, cittadina in cui la prima cosa che apprendete e’ l’inno croato, e dopo imparate tutto cio’ che viene insegnato a tutti i bambini del mondo. Quindi sono cresciuto in un ambiente che e’ permeato fino in fondo dal punto di vista nazionale. Dopo questa esperienza, per delle circostanze che ricchiederebbero troppo tempo per spiegarle, sono finito in una scuola militare, che era completamente anazionale. Scuola che proumoveva la fratellanza e l’unita’ tra i popoli slavomeridionali, anche durante le lezioni di storia naturale...

     Pero’ non voglio tirarla per le lunghe. Sono stato, piu’ o meno, come tutti i miei coetanei. Sono cresciuto rock and roll (il gruppo preferito i Led Zeppelin), suonavo la chitara e leggevo gli autori che allora erano in voga in Jugoslavia. I miei autori preferiti dell’epoca erano I. Shaw, Remarqua e Hemingway. Leggevo molto. Solohov, Dostojevskij, Marques, Uris... Acriticamente, tutto cio’ che mi venova sotto mano, divoravo tutto...

Va detto che una parte del mio percorso formativo l’ho trascorso a Spalato, la piu’ bella citta’ del mondo, dove i profumi del Mediterraneo si sente a ogni passo fatto... Poi e’ venuta Pola, Istria, un meraviglioso ambiente multiculturale dove vivo anche oggi. Prima della guerra ho viaggiato in giro per la Jugoslavia. Nei caffe’ belgradesi ascoltavo la musica tradizionale – ottimi musicisti – e la percepivo come fosse mia, nelle trattorie bosniache ascoltavo le canzoni d’amore bosniache e le percepivo come fossero mie, in Macedonia ascoltavo le canzoni popolari macedone... di una tristezza incredibile. Poi tornavo a casa, in Dalmazia, e ascoltavo i migliori cori al mondo, quelli dalmati. Dopo di che, facendo le ore piccole, mi trasferivo su qualche spiaggia spalatina e li’, con la chitarra in mano e in buona compagnia suonavo le canzoni Dylan, Moody Blues, Beatles, Rolling Stones...

     Anche oggi, se mi si presenta l’occasione, vado li’, ascolto la stessa musica e la vivo come se fosse mia. Non sono capace di comportarmi altrimenti.

     In effeti, se ci penso un po’, io sono una fusione, quasi perfetta, di tutte queste polarita’ che ho menzionato. Pero’, poteva essere anche peggio, no?

3. - Riesci ancora a trovare le parole per descrivere il “non senso” che ha devastato il tuo paese oppure, come hanno fatto altri scrittori balcanici, hai cercato le parole anche in un’altra lingua?

     Quale parola e’ sufficiente, ad esempio, per il massacro di Srebrenica? Credo che in nessuna lingua esista una parola che possa designare tali attrocita’. Cito molto spesso Hannah Arendt, che scrivendo del processo a Eichman ha  concluso che dobbiamo avere vergogna per il puro fatto di essere uomini. Ecco, io spesso mi sento cosi’.

Non esistono parole magiche quando in mezzo c’e’ il dolore. A differenza dell’amore, nel dolore non c’e’ niente di magico. Il dolore bisogna viverlo per capirlo. Pero’, per rispettarlo, basta soltanto essere uomo. Sembra che proprio questa cosa diventa di giorno in giorno sempre piu’ difficile. E le vittime non hanno mica tante aspettative quante ci sembra che abbiano. A loro basta il rispetto.

4. - Che ruolo hanno scrittori come Drazan Gunjac nella società di un paese balcanico come la Croazia?

 

     Un ruolo minore. Praticamente innesistente. Nel mio Paese la vita si e’ ridotta all’esistenza triviale, che ogni quel tanto, per miracolo, si trasforma in grqndi questioni nazionali di tipo “essere o non essere”. Un Paese in transizione dal socialismo al capitalismo. Non  siamo piu’ nel socialismo, il capitalismo e’ ancora lontano. Quindi uno spazio vacquo. I valori sociali del sistema passato li abbiamo cancellati, come se fossero una piaga, pero’ senza instaurare valori nuovi. Inoltre, la gente e’ diventata piu’ povera, in effetti povera, la classe media non esiste piu’. Coloro che vorrebbero leggere libri non hanno soldi per acquistarli, coloro che hanno soldi non vorrebbero leggere libri neanche se ben pagati per questo sforzo inusitato.

     A cio’ vanno aggiunti anche gli effetti negativi della globalizzazione che mancho tentiamo di combattere. Viviamo nei tempi in cui i soldi sono diventati il fine ultimo, fine a se stesso e l’unica misura di tutti i valori.

     E in queste condizioni, come sperare che qualcuno possa dedicarsi a letture serie?

     Eh, si’. A cio’ va aggiunta la paura, che da queste parti non e’ una categoria irreale come nel resto del mondo. Infatti, non va bene leggere i libri di uno scrittore che tempo addietro si trovo’ in una lista di persone che andavano eliminate (fisicamente) perché “inquinavano” lo spazio culturale croato.

     Sono molti coloro che (in buona fede) dicono che la mia attivita’ di scrittore precede i tempi di una ventina d’anni. Le ferite prodotte dalla guerra sono ancora troppo fresche... Io rispetto immensamente ogni vittima a prescindere dalla nazionalita’ (perché vittima e’ solo e soltanto vittima), pero’ per quanto riguarda il precedere i tempi – cio’ e’ semplicemente una stupidaggine. Quelli che si sentono offesi da cio’ che scrivo, si sentirebbero cosi’ anche tra cent’anni. Purtroppo, nel mio Pese ci sono parecchie persone del genere, molte di piu’ di quante ci si possa spettare, a prescindere dalla guerra e da altre circostanze “oggettive”. E queste persone faranno di tutto per sminuire me e cio’ che scrivo.

5. - Che rapporti ha la tua professione di avvocato con il  tuo stile di scrittura?

     Poco tempo fa ho riletto il mio primo romanzo, che e’ statto scritto quando avevo poco piu’ di vent’anni, quindi molto prima che diventassi avvocato. Differenze. Ho imparato a “razionalizzare” le parole. Distinguere cio’ che e’ essenziale da cio’ che non lo e’, ed esprimere l’essenziale nel modo piu’ idoneo, in congruenza con il momento e con la ragione per cui scrivo.

     Pero’ la mia professione non ha influenzato solo il mio stile di scrittura, ma ha anche modellato e formato la mia visione del mondo. Ho imparato a proprie spese che niente e’ cosi’ come sembra a prima vista, che mai hai ragione se questa ragione non sei in grado di dimostrarla...

     A volte mi sento come il mitico centauro, solo che nel mio caso il centauro e mezzo ufficiale e mezzo avvocato. Dove sta lo scrittore? Si nasconde in disparte e nei momenti di disattenzione di quei due, sottrae loro parti della loro vita e le presenta come fossero sue. Pero’, chi lo sa, forse veramente appartengono a lui.

 

VLATKO SIMUNOVIĆ, POBJEDA, PODOGORICA, CRNA GORA, 14.02.2009.

http :// www . pobjeda . co . me / citanje . php ? id =158530

Nello scontro con il tempo mi trovo sempre dalla parte del perdente

“Molte amicizie non hanno superato la prova del peso della guerra. Le persone non ce la facevano sotto tutti i punti di vista, mentre la paura per la propria sopravvivenza aveva anch'essa un suo prezzo… Quando la guerra e' passata e la paura e' diminuita, si sono guardati attorno e sono rimasti terrorizzati dal deserto emotivo che le circondava. Io con i miei libri voglio far ricordare a queste persone che vivevano anche prima di questo deserto. Le porto in quel mondo che (ri)conoscono, in quel mondo in cui l'uomo era uomo, e il lupo era lupo….”

Sull'esempio dello scrittore Drazan Gunjaca e possibile scorgere tutta la verita del vecchio detto, nessuno e profeta a casa sua. Come autore di numerose opere contro la guerra e multiculturali, e stato premiato con una cinquantina di premi letterari in Italia, nel paese di Dante e Petrarca, dove i suoi drammi sono stati messi in scena in teatri prestigiosi. Ha ricevuto anche la Targa del Parlamento europeo per la promozione della multiculturalita.

Per Cultura e Societa parla della guerra come una spinta a scrivere, di amicizie maschili, della ricezione positiva dei suoi libri in paesi lontani come l'Australia e la Nuova Zelanda.

 

1. La guerra nei territori dell'ex Jugoslavia, specie in Croazia, e' stata decisiva per la Sua narrativa, e penso in primis alla trilogia composta da „Congedi balcanici“, „Amorte come pena“ e „A meta' strada dal cielo“. Ho torto se dico che l'orribile realta' funge da impulso per scrivere?

 

No, non ha torto. Lo scontro con tale realta' e' stanto cosi' terribile e in ultimo devastante per la mia forma mentis che questa „disarmonia bellica“ tra me e l'ambiente circostante cogli anni si e' andata approfondendo, anche se la guerra – dicono – sia finita nel 1995. Le guerre ne' iniziano ne finiscono con le date riportate nei libri di storia. La loro genesi dura molti anni, la loro fine procede per anni, Tra l'altro le guerre sono terribilmente impegnative e spossanti da tutti i punti di vista. Sopravvivete alla guerra per vivere il periodo postbellico in cui le angosce belliche vengono sostituite da quelle esistenziali ed altre, per le quali neanche sapevate che esistessero…. Credo di aver definito la nostra realta' in modo migliore nel romanzo „Buona notte, amici miei“, quando scrivo delle depressioni:

«Nelle nostre depressioni sono racchiusi tutti i sogni finanziari, amorosi e d'altro tipo andata a farsi friggere come nel resto mondo, ma da noi tutto cio e condito con una fine salsa di sungue e sudore, di morti che non si lasciano seppellire, di vivi che non vogliono vivere, di confini statali vecchi e nuovi che durante la vita media di un povero cittadino cambiano almeno alcune volte, di valori biblici di cui neanche il Signore tiene piu conto gia da alcuni millenni...”

 

2. Neui Suoi romanzi predominano le amicizie maschili, che ne' le guerre ne' i capipopolo possono intaccare. Crede che la peculiarita' della Sua scrittura si rifletta proprio in questa umanita' che la gente ama riconoscere in altri?

  Da qualche parte hi scritto che le amicizie non le avevo fatto a causa degli stati e dei capipopolo e quindi neanche le interrompero'. Io queste amicizie le ho create da se' e per se' e non per altri, per cui neanche permetto ad alcuno di giudicarle.

La cosa piu' atroce e' quando l'amico nei tempi difficili ti gira le spalle… D'altro canto, molte amicizie non hanno superato la prova del peso della guerra. Le persone non ce la facevano sotto tutti i punti di vista, mentre la paura per la propria sopravvivenza aveva anch'essa un suo prezzo… Quando la guerra e' passata e la paura e' diminuita, si sono guardati attorno e sono rimasti terrorizzati dal deserto emotivo che le circondava. Io con i miei libri voglio far ricordare a queste persone che vivevano anche prima di questo deserto. Le porto in quel mondo che (ri)conoscono, in quel mondo in cui l'uomo era uomo, e il lupo era lupo….

Sono d'accordo che nulla e' ne' piu' sara' come prima, pero' ricordando le persone che con la loro bonta' hanno segnato il nostro passato, sono sicuro che possa essere molto meglio di com'e' in questi tempi da lupi. Penso che pian pianino inizino a capirlo anche coloro che se l'hanno bevuta la storia della terra promessa…

 

3. L'azione benefica dell' amicizia si riconosce anche nel romanzo „Buona notte, amici miei“, e sebbene il romanzo non tratti la guerra i suoi protagonisti sono „deviati“ da quegli ani Novanta. Dopo tutto cio' che abbiamo vissuto (lo sfascio dello stato, delle famiglie, delle aziende, dei sistemi dei valori), oggi e' possibile vivere e pensare normalmente, e in che misura?

Ogni tempo ha le sua ragion d'essere, quindi anche questo in cui viviamo. Questo non e' il mio tempo, ma mi sopporta ancora. Fino a quando, non lo so. Credo che molti la pensano allo stesso modo. Un nuovo sistema dei valori, a cui Lei si riferisce in verita' non esiste. Se esistesse, saprei rapportarmi ad esso, definire se e' per me acettabile o no. La mia generazione ha avuto una decina d'aani che meritavano d'essere vissuti (penso agli „aurei anni Ottanta“). Poi siamo usciti da un sistema e non siamo ancora entrati in un altro, sicche' oggi ci troviamo nel nulla. Piu' precisamente, vaghiamo tra il social-realismo e il capitalismo. Inoltre, gli Americani, che ci fungono da esempio indiscutibile, hanno esportato a noi e al resto del mondo una grave crisi economica, che da queste parti appena deve mietere le sue vittime… Ci vorranno alcuni anni finche' il mondo avra' sanato la crisi, dopo di che gli Americani ridefiniranno la loro idea neoliberale affinche' la crisi non si ripeta… Quindi, ecco, forse tra qualche tempo, diciamo una decina d'anni, tuttavia sapremo dove stiamo andando… Ma forse gli Americani avranno troppo da fare e dimenticheranno di avvisarci sulle nuove direttrici, per cui continueremo a vagare… Sono troppi i piccoli che credono di essere grandi… Sono rari i grandi consapevoli della loro pochezza….

In sintesi, cio' che noi conoscevamo come „vita normale“ non esiste piu'. Purtuttavia, si puo' e si deve riflettere, perche' questo e' l'unico modo di facilitare il percorso a quelli che vengono dopo di noi e che hanno altrettanto diritto ai loro „anni d'oro“… Come disse qualcuno, il futuro arrivera', sia che ne siamo in attesa o no. E dato che e' cosi', allora facciamo cio' che possiamo, anche se poco.

 

4. Dai Suoi libri si puo' notare che i Balcani sono una valle di lacrime in cui la roulette porta sempre allo stesso risultato – alla morte. Perche' e' cosi'?

La percezione stereotipa dei Balcani si riduce alla polveriera intorno alla quale c'e' sempre qualcuno che gioca con i fiammiferi e aspetta l'occasione di mandare tutto per aria. Ogni quel tanto qualcuno ci riesce. Tale percezione e' di buona resa per la scrittura, l'ecranizzazione, ed e' particolarmente di buona resa per i facendieri internazionali che giocano d'azzardo con i nostri destini. E che regolarmente ci forniscono di polvere da sparo e di fiammiferi, chiaro - a credito, e quando la polveriera scoppia, sono i sopravvissuti che devono saldare il debito.

Ho scritto il dramma „Roulette balcanica“ in cui parlo dell'uomo semplice i cui ideali sono stati distrutti dal tempo e che contro la propria volonta' e' diventato vitima della percezione di cui sopra, tanta che togliendosi la vita trasforma quella percezione nella realta'.

E' inverossimile quanto siamo manipolati. Dal settimo secolo in poi, come sono soliti dire i nostri vati nazionali…

Ritornando alla Sua domanda: perche' e' cosi'? Beh, perche' qualcuno ha interesse che sia cosi'. Io e i miei consimili di sicuro non ce l'abbiamo.

5. Nell'ex Jugoslavia e' stato ufficiale della marina militare, ora e' avvocato e scrittore. Nei Suoi libri ha descritto i destini reali dei suoi e4x colleghi. Ha avuto qualche informazione di ritorno? Come hanno reagito? Chi sono i suoi lettori?  

Grazie al tipo di scrittura usata (una combinazione di ironia e grottesco, di lacrime e riso) ho un pubblico alquanto ampio. Chiaro i lettori piu' fedeli sono quelli che appartengono alla mia generazione, specie quelli che negli anni Novanta hanno lasciato queste terre andandosene in Canada, Australia, Nuova Zelanda… Viaggio di sola andata, chiaro. In genere, da noi i viaggi sono di sola andata. I popoli normali trovano sempre una via di ritorno, nel caso di bisogno, ma noi no. Una volta partiti, non si ritorna indietro… E cosi', partiamo nel nostro glorioso passato, finche' tutti i ponti non vengono distrutti… E dopo, chi sa nuotare, nuota… Mi scuso per la digressione.

Quindi, ho ricevuto innumerevoli lettere da queste ed altre persone. Se facessi un libro da esse (ma non lo faro'), credo che il libro sarebbe molto piu' interessante da parecchi libri contro la guerra che ogni quel tanto vengono pubblicati nei Balcani. Ogni quel tanto per non dire raramente, come se ci fosse di che vergognarsi… Sono convinto che questa „raccolta di lettere“ sarebbe uno shock per molti, specialmente per coloro che „sanno“ cosa pensa la gente e che sulla base di questa „cognizione“ direttamente o indirettamente decidono in nome della gente.

Ancora una cosa che e' importante per me. I miei libri sono ugualmente ben accetti in tutti gli stati della ex Jugoslavia. Da tutti eccetto dalle elite politiche, mediatiche, editoriali. Le elite non mi amano, nulla da fare. A dire il vero, il sentimento e' reciproco. Per fortuna si trova sempre qualche eccezione che conferma la regola. In fin dei conti, grazie alle eccezioni, viene cambiata anche qualche regola…

6. Ultimamente ha ricevuto parecchi premi all'estero, specie in Italia, dove ha avuto una cinquantina di riconoscimenti letterari. Come gli stranieri percepiscono le Sue tragiche storie belliche e posbelliche?

Le percipiscono come di solito si percepiscono le altrui tragedie belliche. Prima con incredulita' che col passar del tempo, a causa della loro durata esagerata e della grande concorrenza (non passa un giorno che nel mondo non succeda almeno una tragedia), si trasforma in disinteresse. Di conseguenza, si potrebbe dire che alla nostra guerra gia' da tempo e' passata la data di scadenza. Ora e' il tempo di pagare la spesa bellica.

Tuttavia, grazie al tipo di scrittura di cui sopra e al tratto universale delle storie, i miei libri sono loro interessanti. In primis agli ambienti letterari, ma anche al lettore medio se si trova in occasione di conoscere la mia opera.

7. Dato che scrive nei lassi di tempo che Le rimangono dopo le Sue attivita' professionali, come e quanto segue la scena letteraria dell'ex Jugoslavia? Ascolta anche altre voci letterarie?

Nello scontro con il tempo, io sempre me la passo peggio. Mi sfugge e mi manca sempre… Ecco si avvicina il Natale per cui lascio spazio all'immaginazione. Immaginate che un bel giorno qualcuno ci conceda una pensione sufficiente per (sopra)vivere, ci paghi l'abbonamento nella biblioteca civica e che il buon Dio ci dia la salute… e poi noi leggiamo. Leggiamo tutto cio' che volevamo leggere ma non avevamo tempo per farlo. Un desiderio cosi modesto e pure irraggiungibile. Tanto che non possiamo nemmeno sostituirlo con un po' di patos nazionale perché non ce lo permettono i nostri anni e l'esperienza. Quindi sotto la pressione della realta' triviale purtroppo non ho molto tempo da dedicare alla lettura. Tuttavia, lo rubo al mio impegno professionale e alla vita familiare e spesso a notte fonda seguo i destini letterari di coloro che il destino ha condannato a vivere nei Balcani.

Per fortuna, molti scrittori contemporanei dell'ex Jugoslavia sono miei amici e mi mandano i loro libri, per cui almeno non ho problemi col procurarmeli. Personalmente mi sembra che non c'e' una soddisfacente produzione lettararia antibellica, almeno e' cosi' in Croazia. E anche cio' che e' stato scritto in buona parte e' stato artatamente ignorato, sottaciuto… Cio' diventa tanto piu' palese quando pensiamo quanti soldi sono stati spesi per i libri di tendenze opposte… Percio' dico che la guerra ovvero la politica bellica non e' finita nel 1995, ma continua ad essere praticata con altri mezzi.

Vlatko Simunovic (Montenegro)

 

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