Drazan Gunjaca - Amore come pena

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LA STORIA DI TATJANA

(brano del IX capitolo del romanzo AMORE COME PENA, terza parte della trilogia CONGEDI BALCANICI)

Ecco, tutto passa, pensai chiudendo la porta, accendendo di passaggio il computer e la TV. Da quando hanno inventato la posta elettronica, volendolo o no, dovevo inserirmi nell’avanzata globalizzazione, il che, per quanto mi sia inaccettabile come fenomeno, ha comunque avuto i suoi lati buoni. D’un lato Internet, dal quale puoi racimolare ogni informazione necessaria, dall’altro lato c’e la posta elettronica, che ti risparmia la carta, l’invio e l’attesa. Una delle lettere ricevute era quella di Tatjana, dall’Australia. Negli ultimi tempi ci sentivamo sempre piu di rado, e con lettere sempre piu brevi. In fondo, il tempo ha fatto la sua parte, come per tutto l’altro, poco a poco i temi si consumano, e la vita impone altri obblighi nuovi che ti divorano le ore, i giorni ed i mesi, e non ne sei neppure cosciente. Comunque, questa lettera mi ha prima sorpreso con la sua insolita lunghezza, e poi ancor di piu con il suo contenuto. Accendo la stampante, stampo la lettera e comincio a leggere:


“Caro Robi,
Ho cercato di raccontarti la mia “storia” a piu riprese, ma non ho mai avuto la forza necessaria. Non mi sembrava per nulla piu speciale di tutte le altre storie di Sarajevo di quel periodo bellico, oppure non avevo la forza di ritornarci, fa lo stesso. Allora, dopo aver riflesso piu a lungo, poco tempo fa mi sono seduta e ho scritto questa lettera. Poi la leggo da sola per giorni, ci penso e finalmente decido tuttavia di mandartela.
Dunque, immagina la sensazione di avere 25 anni, quando pensi che tutto sia possibile e che basti volere qualcosa e di persistere nei tuoi propositi, ma poi gli avvenimenti ti assalgono ad un tratto con un velo di disperazione e di idee pazzesche! Immagina che la tua idea guida sia di avverare il tuo sogno, di annidarti nel mondo dei tuoi successi gia iniziati, ma poi dal nulla appare un cafone baffuto (con rispetto verso i contadini) che ti sotterra nell’insulsa “neoformata, imminente e unica valida” realta. Ti rinchiude dentro. Non e semplice immaginarlo, la verita poi non e mai semplice, il passo inciampa sempre su qualche intralcio, che lo rallenta oppure lo accelera, basta che non sia come dovrebbe essere.
Ecco, io non immagino ma ricordo. Ricordo un addio di quasi cinque anni fa, in agosto sranno esattamente cinque anni, pero per il dolore che io sento come se il tempo si fosse fermato, sta quieto e aspetta che mi decida una volta per tutte che farmene del dolore. E io guardo ancora le facce degli uomini biondi attorno a me, magari scorgo i suoi occhi, magari… Ogni tanto trasalgo, mi sembra che sia Lui, mi scuoto e continuo avanti. Utopia!
Pozarevac, Serbia, una squallida stazione delle corriere affollata di gente sudata e puzzolente, satura di se stessa, i militari in divise stracciate, donne che portano il lutto e noi – lontano da noi stessi, non apparteniamo né a questa gente né a questa citta. Si girano dietro di noi dopo che abbiamo comprato i biglietti: il dialetto ci rivela: bosniaci, sibilano piano le labbra attorno a noi! Io disambientata, ancora sorpresa, non del tutto cosciente di dove sono e chi sono – giro nelle mani la mia ventiquattrore perennemente piena, avvolta ancora nel profumo del fiume Miljacka e di Channel 5; lui in miseri abiti civili, prestati da qualche compagno perché i suoi li hanno rubati, incanutito come un vecchio, bruciato dal sole di montagna, con strinature sul viso, dallo sguardo asciutto e tormentato. Io sono la sola a sapere che cosa c’e dietro questa inespressivita. Schifati dalla cerchia che ci guarda senza pieta con occhi spalancati, ci sembra di essere in un vortice che ci risucchia e ci separa alla stesso tempo: la corriera parte, la gente entra, tuttavia ci mancano le parole. Che cosa dirgli, le lacrime cominciano a scendere da sole sul viso, lo abbraccio disperatamente e allo stesso tempo lo odio perché “deve”, perché e “costretto”, non voglio capire che ne lui ne io siamo i protagonisti; che il nostro piccolo e irrilevante spettacolo sia finito, che questa sia l’ultima scena prima di calare il sipario.
Naturalmente, allora non eravamo coscienti di cio, anche se adesso penso che entrambi lo sentivamo in fondo del nostro cuore. La fine si prevede prima intuitivamente, e poi fisicamente: ti stringe nel petto e non ti permette di respirare, soltanto che in quel momento non la puoi riconoscere. Mi mormora qualcosa nascondendo le lacrime: amore mio, non essere cosi triste, mi rendi le cose difficili, tutto passera presto, non perdere le chiavi dell’appartamento di Sarajevo, ritornero presto… Cosi tante bugie invane e poco convincenti, che non si possono ricordare nemmeno volendolo, perché non hanno senso, non rappresentano niente, come neppure noi in quell’istante. L’unica cosa piu assurda di quelle inutili bugie e il loro scopo, l’intenzione di riuscire a confortarmi.
Mi ricordo del suo respiro, del timbro della sua voce, dell’abbraccio disperato, che disse tutto ma non spiego niente… Mi ricordo della corriera scassata che seguivo con lo sguardo annebbiato dalle lacrime mentre inconsapevolmente le andavo dietro, calpestando le scorze di cocomero e le macchie di lampone. Nel momento che la corriera scompari con lui dentro, una valanga di lacrime mi scese sul viso, mentre cercavo di capire che cosa succedeva, dove mi trovavo e su quale pianeta. Nel frattempo, di passaggio e per lo piu col sesto senso, riesco a sentire le provocazioni degli originali urbani con le bottiglie di birra schiumosa in mano: passando li mando a farsi fottere, mentre loro mi guardano sorpresi, cosi profumata e curata come sono, vestita elegante e con sandali di pelle…
Il vuoto, la rabbia e il dolore, tutto mischiato con le mie speranze, i piani e le aspirazioni fallite. Ritorno nel nostro appartamento di Sarajevo, affogo nelle lacrime, butto le cose che mi sono a portata di mano, il suo foglietto con l’indirizzo “sulla sponda sinistra del fiume Drina” – che vadano a farsi fottere il Drina e le sue sponde sinistre e destre e chissa quale battaglione – come se io affatto sapessi che cosa fosse un battaglione. Non ho bisogno ne degli stati ne del diritto nazionale – ho bisogno soltanto di un unico uomo perché la mia vita riprenda la direzione desiderata, per seguire la strada che gia da anni abbiamo intrapreso insieme, e che e stata improvvisamente interrotta dalla chiamata nel distretto militare, poi dal seminario di due – tre giorni, poi dalle manovre militari, poi da Dio sa come si chiamavano tutti quegli “esercizi” per le valli e i monti che sono idonei a uno stambecco ma non a un uomo di citta. In pochi mesi dovevamo volontariamente trasformarsi come larve: da ingegnere divento Indiana Jones, da professoressa diventai traduttrice in un’azienda locale (50 dipendenti, 25 direttori).
Chi e che mi sfotte, che cosa faccio da sola in quest’appartamento dai mobili mediocri, pieno d’aria stantia! Non guardo attraverso la finestra perché non ce la faccio a confrontarmi con questo giorno, odio anche il vetro della finestra perché, nonostante sia sudicio, riesco lo stesso a vedere cio che mi circonda e che mi spinge ad uscire di pelle! Accendo una sigaretta e fuori di me mi siedo su una sedia: le cose rovistate attorno a me, volevo dire cosi tante cose, speravo tanto di andarmene e che tutto fosse finito, che questo fosse soltanto un brutto sogno e nient’altro, che…
La scena della stazione mi ritorna in mente come un “deja vu” e di nuovo mi spasimo dal dolore; mi perseguita tutto quello che volevo dirgli ma non sapevo come. Quante volte prima del suo arrivo ripetevo quello che “dovevo” dirgli, sapevo a memoria il mio discorso teatrale e poi, tutto si e squagliato come una torre di ghiaccio davanti al calore della sua presenza. Speravo che avremom trovato una soluzione per questo caos, che saremmo usciti in qualche modo da questo delirio, ci mancava anche questo, noi stavamo meglio prima… Che avremmo incontrato di nuovo i nostri amici per San Silvestro, per fare pazzie e urlare fino all’alba, che ci saremmo svegliati dall’incubo per raccontarci l’indomani, bevendo un caffe nella fretta mattutina, le impressioni di questo brutto sogno...
Questo brutto sogno non e ancora finito, nonostante tutto quel che e successo nel frattempo, questo e sempre lo stesso incubo! Soltanto qualche volta sogno un angelo, che e Lui, mi parla e mi conforta nel sono; io non voglio svegliarmi, sento il suo respiro, ascolto la sua voce e assorbo ogni sua parola, permango in questa beatitudine e in questo etere, ebbra del sogno che doveva diventare la mia vita, il mio futuro. E poi il sogno finisce e quest’altro continua anche quando sono sveglia.
Dopo tanti anni, in un altro continente, non riesco ancora a capire per quale fottuta “cosa” tutta questa gente di cui avevo bisogno, che amavo e rispettavo, se ne sia andata per sempre? I miei compagni di facolta, di ginnasio, di lavoro, le mie compagne delle elementari, questa gente aveva talmente tanto spirito e competenza che tutti i “nuovi signori” messi assieme non ne sono all’altezza. Il loro successo piu grande e quello di essere diventati appunto dei “signori” per forza di legge.
Per me la guerra e cominciata quando alcune persone a me care hanno iniziato a raccattare pezzettini della loro vita, emigrando come le rondini. Per me la guerra ha assunto la sua forma definitiva quando ho ricevuto il messaggio che “… difendendo l’onore e la patria serba, il soldato tal dei tali ha onorato l’impegno e dato la vita per la difesa…”. In nome di chi o di che cosa, di che patria, di quale onore?! E onorevole che un maniaco ti spari e ti faccia a pezzi in una boscaglia fottutamente desolata in cima a qualche montagnaccia, dove le pecore trovano l’erba con l’aiuto della bussola, in un posto dove neanche uno strafottente ufficiale adatto al morale delle truppe (la professione piu banale della quale abbia mai sentito) non ha nessuno cui tenere i suoi discorsi?! In nome di quale “ onorata croce e pregiata liberta ” un uomo e scomparso senza traccia né voce, senza essere sepolto né rimpianto; forse da qualche parte e morto ferito, forse torturato, forse abbandonato e disperso nell’impervia montagna, forse… Tutti questi pensieri sui “forse” mi lacerano il cuore e la mente; forse e morto lentamente pensando a tutto quello che si lasciava dietro e a tutto quello che voleva ancora fare, forse pensava a me ed io, non sapendo, facevo dei piani, cercavo vie d’uscita e…
Purtroppo questa lettera e sospesa, come la mia vita, come la nostra realta, come noi, come anche il nostro destino, e restera cosi fino alla fine delle nostre vite rovinate. E terribile non poter cambiare il passato, ma e piu terribile quando non possiamo capirlo. Nel caso che riuscissimo a capirlo, che sapessimo le risposte, forse anche sapremmo cosa fare l’indomani, affinché diventi di nuovo accettabile, sopportabile. Cosi ci resta soltanto di fare delle domande, senza cercare le risposte perché esse neanche esistono. E di essere felici quando abbiamo a chi rivolgerle, perché sono cosi difficili e spaventose che non ti permetti di pronunciarle ad alta voce, per non farti travolgere dalla loro eco. Appena te ne vai lontano, dove essa non risuona, dove non significa quasi nulla, allora di nuovo riacquisti la forza e le pronunci. E pure qualcosa, non e vero?
Alla fine, perché mando a te questa lettera? Non lo so. Ho detto di averla scritta tempo fa e di non avere a chi mandarla. Non conosci né me né lui, ma comunque, in qualche modo ci siamo avvicinati. Puo darsi durante la nostra prima conversazione, quando sinceramente odiavo il genere umano, senza eccezioni, quando il mio unico scopo era di portare via mio figlio da questi paesi maledetti; e allora qualcuno ti da una mano, ti offreuna parola di conforto, un gesto caloroso, e ti rendi conto che non e ancora tutto perduto.
Non so ancora che cosa sia rimasto di tutto questo, di noi che abbiamo sopravvissuto, ma qualcosa c’e, e dobbiamo tenerla in conto. Forse anche questo e un modo per non dimenticare che esistevamo pure allora. Tatjana

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