Drazan Gunjaca - BUONA NOTTE, AMICI MIEI

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DEPRESSSIONI


Depressioni! Innanzitutto uno stato d’animo, ma anche del corpo. Odio le depressioni. Specialmente quelle degli altri. La mia non mi infastidisce piu di tanto. Alla mia mi abbandono con una dedizione masochista, sogghignando trionfalmente alla vita e alle persone che mi circondano, i cui problemi, intenti e desideri oggi non mi tangono perché nulla piu mi interessa e me ne frego di tutto il mondo. A partire da me. Se anche certi segni di vita ci fossero stati nel corpo martoriato, li feci fuori con il terzo tranquillante. Cosi tirai un bidone allo stomaco, al cuore e ai nervi, che negli ultimi giorni mesi anni mi avevano portato letteralmente alla pazzia. Poi finalmente mi aggrappai alla depresione vera, quello stato in cui non mi interessava se la creatura femminile nella farmacia ni guardava incredula con curiosita quando per la seconda volta in giro di pochi giorni tornai a prendere una nuova dose delle piccole compresse verdi che davano tranquillita. Si, sono per me, le replicai col fare compiaciuto. Ero riuscito a devastare sia me stesso che tutti coloro che mi stavano attorno. E non fu facile. Quanto avevo faticato finché raggiunsi questa perfezione che non capivo neanche io ma, grazie a Dio, gli altri ancora meno. E uno per uno mi voltavano le spalle sapendo, anzi piu che altro intuendo di che cosa si trattasse, pero tra loro e me si era eretta la paura grande come una montagna, la loro paura che li avrei tirato con me in questo beato nirvana del nulla, dove non c'erano priorita, non c'erano termini, accordi, obblighi da rispettare…
Una falsa illusione di certezza che diligentemente costruiamo finché la vita, per ripicca, non ce la riduce in frantumi come fosse una bolla di sapone. In realta, con la scomparsa di quest’illusione nulla cambia, solo che essa non c’e piu; tutti quei minuscoli tratti della quotidianita fino a ieri accuratamente coltivati continuano ad esserci, esistono intorno a noi, solo che oggi non ce ne cale se arriveremo all’appuntamento all’ora stabilita, se addirittura ci presenteremo e cosa gli altri avranno da ridire in merito. L’unica cosa che non mi piace in tale stato e incontrare uno dei pochi amici rimasti che si trovano nello stesso stato perché le depressioni non si sopportano tra di loro. Si escludono reciprocamente. Ognuna di loro e del tutto autosufficiente. E naturalmente, non sopporta l’altra. Le da fastidio.
Entrambi stavamo in silenzio, io bevendo il terzo caffe e lui chissa quale birra, mentre le nostre depressioni, quasi materializzatesi, si fronteggiavano dai due lati del tavolo, lottando per il proprio posto sotto il sole. Entrambi eravamo consapevoli della loro reciproca intolleranza, per cui gli suggerrii di distribuirle per giorni pari e dispari, cosi come nella storia recente di queste terre nei tempi di carestia venivano venduti certi prodotti. A lui l’idea piacque ma non poteva decidersi tra i giorni pari o dispari. Gli andavano bene sia gli uni che gli altri. Poi nella sua grande mente baleno l’idea geniale di distribuire le depressioni per settimane. Una settimana la sua, quella seguente la mia. D'accordo, accettai il compromesso, a condizione che la prima settimana fosse mia. Ma su cio definitivamente non ci trovammo d’accordo. Né lui né io potevamo vivere sette giorni senza la propria depressione. Per cui continuammo a fissare ottusamente il tavolo a cui eravamo seduti, cercando di individuare almeno una soluzione temporanea visto che non eravamo capaci per qualcosa di costante o almeno apparentemente piu durevole.
Questa guerra di stelle cadenti aveniva in una stamberga nel centro di Pola, a cui il suo proprietario Hrvoje diede il nome, né piu né meno, “Cafe bar exclusive” e nel cui interno “esclusivo” si poteva tagliare il fumo che attorniava tutti gli ospiti come se si trattasse dell’ultima sigaretta della loro vita, quella concessa al condannato a morte poco prima dell’esecuzione, per cui finché non arrivavano al filtro tiravano accanitamente boccate di fumo senza badare agli avvertimenti sulla nocivita di tali abitudini per la loro salute intaccata. E poi lo esalavano condensato e purificato nell’aria circostante. Gia che ci siamo Hrvoje aveva seri problemi, per non dire lacune in fatto di grammatica alle quali, purtroppo o per fortuna, lui non dava troppa importanza. Ad esempio, in quel nome al “cafe” mancava una “f” perché l'esperto locale che gli fece l’insegna credeva che si trattase di una parola croata e che nella lingua croata, fino a prova contraria, non c'erano parole con lettere “doppie”. Era un po’ sorpreso dell’accento sulla “e”, ma lo addebito alla civetteria di Hrvoje, per la quale lui era generalmente noto. Per dire, prima del 1991 e della guerra che negli primi anni novanta passo per queste terre, lui si chiamava Jovan ed era di nazionalita serba. Anche questo bar si chiamava diversamente, pero non ricordo piu come. Poi una notte del 1991 un gruppo di baldi giovanottoni, euforici per l’imminente partita per il fronte, rasero al suolo il bar con la spiegazione che nel bel mezzo della guerra di liberazione non poteva certo un Jovan aspettarsi di far pagare loro il conto di quello che avevano bevuto. Tra l’altro nel centro di Pola. E a quanto dissero i testimoni oculari, avevano bevuto parecchio. Vedendo che tenersi un nome cosi infelice nei tempi ancor piu infelici non contribuiva alla prosperita degli affari, Jovan quella stessa notte divento Hrvoje, si schiero con i croati, per giunta con quelli piu duri, tanto per non sbagliare, prese il cognome della madre, un cognome locale molto frequente, rimise a nuovo il bar, gli cambio il nome, copri con la bandiera croata mezza parete, in fretta e furia si procuro alcuni diplomi delle varie brigate croate con cui veniva ringraziato per le sue larghe donazioni, li incornicio e appese alla parete e continuo la sua attivita come se niente fosse accaduto. Forse non era accaduto niente, chi lo sa. Forse l’uomo in una qualche vita precedente si chiamava davvero Hrvoje ed era croato, per cui ora era ritornato a cio che di primigenio c’era in lui, per cui il cambiamento non era degno di menzione. Tuttavia, il nostro caro Jovan divento piu patriotta della maggioranza di noi, a cui tale diritto apparteneva per natura, per nascita, ragion per cui il nostro patriottismo era per noi fuori questione. Almeno nella misura in cui non dovevamo pagare i diplomi di ringraziamento delle varie unita militari, che le distribuivano senza criterio a chiunque avesse fatto una donazione. Per quanto ricordo, nessuno mai chiese a Hrvoje quanto gli erano costati i suoi pero viste le sue origini, nonostante il nuovo nome, lui probabilmente era costretto ad essere di manica molto piu larga dei “benefattori” nazionalmente non problematici.
In generale, non c’e bar, panetteria o altro esercizio pubblico in questa citta in cui alle pareti non siano appesi tali diplomi di ringraziamento in vistose cornici dorate. Quanto piu i nomi dei proprietari di questi esercizi sono nazionalmente dubbiosi, piu diplomi ci sono. Conosco un fornaio, Selim, credo sia albanese, a cui non sono bastate le unita locali ma ha dovuto allargare la propria attivita benefica anche nel resto del paese cosicché ha coperto di diplomi tutta la parte superiore della parete, per cui sopra il pane appena sfornato, ancora caldo, fanno bella figura di sé gli attestati di varie brigate che ringraziano vivamente Selim perché se non ci fosse stato lui, loro non si sa come se l’avrebbero cavata durante quei difficili e impegnativi anni di guerra.
E da queste nostre parti, da quando c’e memoria, ci sono sempre state le carestie, specialmente nei periodi di guerra, quando i bisogni bellici portavano allo stremo le disponibilita ridotte degli indigeni, per cui i guerrieri si sono spesso trovati nella situazione di dipendere da benefattori, che sono divantati tali per propria volonta o loro malgrado. Ora, e difficile stabilire i motivi che inducevano queste brave persone a privarsi del loro denaro, delle loro automobili e di altri loro beni dei quali in quel preciso momento aveva di gran lunga maggiore bisogno la patria, perché tutti loro affermavano che si trattava di un atto non imposto ma volontario e a lungo atteso affinché potessero rendere servizio al loro stato almeno simbolicamente dato che a causa dei moltissimi impegni non trovavano il tempo per imbraccaire il fucile e affrontare l’odiato nemico.
A dire il vero, forse un tale bisogno di questi grandi altruisti viene in parte giustificato dal fatto che nei Balcani tutte le guerre, a prescindere da chi le conduce, sono sempre ed esclusivamente di carattere difensivo e gli stati svaniscono e nascono di riflesso, per cui in seguito ad esse la situazione territoriale non e mai quella dell’anteguerra. Vero e che a noi croati cio non dovrebbe preoccuparci perché, a detta dei nostri governanti, noi dal punto di vista politico non ci troviamo nei Balcani. Forse in parte dal punto di vista geografico, ma anche cio verra prima o poi, con una guerra naturalmente. D’altro canto, uno stato neocostituito, seppure sullo stesso teritorio e con gli stessi governanti di prima, come tutto cio che si va sviluppando ha bisogni significativamente accresciuti finché non si consolida un po’. Poi, quando finalmente si consolida a spese di parecchie generazioni che hanno dovuto fare grandi rinunce per placare il suo appetito famelico, impiega i pargoli di questi asceti per un’altra guerra. E tutto riparte dall’inizio. Per fortuna c’e carta a sufficienza per i diplomi. E non mancano neanche gli uomini che non vedono l’ora di investire i propri beni faticosamente guadagnati in un nuovo progetto di stato.
Ah, mi sono allontanato dal tema. Involontariamente. Pero, va bene, tornero di seguito a Jovan, scusatemi – a Hrvoje. Dei diplomi non dico altro. Ma neanche c’e altro da dire.
Dunque, le depressioni. Forse sono un fenomeno normale raggiunta la quarantina – sebbene appena agli inizi, tuttavia gli anta sono qui – specialmente se si vive in un paese appena uscito da cinque anni di guerra, della quale comincia a riprendersi ma, visto lo stato delle cose, si tratta di un processo che non giungera a termine finché io saro in vita. Per giunta, la mia infelice generazione e stata doppiamente sfigata. Da una parte, anche nel resto del mondo raggiungendo i quaranta iniziano le prime revisioni della propria vita i cui risultati finali sono di regola sconfortanti per i loro protagonisti. Questa e l’eta in cui la maggioranza delle persone hanno gia alle spalle qualche matrimonio distrutto, o quello in cui sono impegnati e se non allo sfascio, almeno in un'autentica e profonda crisi. Quindi, la vita privata in coma. La vita professionale, in un paese in cui il termine “uomo d’affari” si identifica con la criminalita o la bancarotta, non vale manco tentare di analizzarla. Vogliano o no riconoscerlo i nostri geni economici. Ora, se a cio aggiungiamo, come il sale sulla ferita, la detta guerra e le sue conseguenze durature, allora questa generazione e, per dirla semplice, una generazione perduta. Nel tempo e nello spazio. Irreversibilmente.
Ed e naturale che, quando la vita gioca a dadi in questo modo, non hai possibilita alcuna in questa battaglia perduta prima di iniziarla, in cui siamo tutti “carne da macello” delle grandi idee che negli ultimi anni innondano queste terre. Siamo perdenti, in un modo o nell’altro. E cosa allora mi rimane tranne che andare dal mio carissimo medico e lisciargli il pelo ai limiti della dignita umana affinché mi prescriva tranquillanti in quantita quanto piu grande possibile, dato che il loro prezzo non e tra i piu bassi. Cavolo, giacché non riesco ad acquistare le sigarette con il ticket, e non che non ci abbia provato, allora almeno vorrei consumare gratis quest’altra dipendenza. Una digressione. In merito alle sigarette sono arrivato a litigare sul serio con il mio medico. Se i tossicodipendenti possono venir curati con il metadone, quindi con un’altra droga solo un po’ piu leggera fornita gratis dallo stato, perché io la mia dipendenza dal fumo non potrei curarla con delle sigarette piu leggere, quelle di tipo “light”, a spese dello stato, chiaro? E sono stato ulteriormente sconcertato dalla sua incomprensione per il fatto che anche lui soffriva dalla stessa dipendenza da nicotina. In quest’occasione non mi dilungo sugli effetti devastanti di un tale suo atteggiamento sul mio ego vacillante, di cui non rimane piu neanche la “e”.
Ah, si. Esistono anche gli antidepressivi, con i quali mi riprendo un po’, mi guardo attorno, mi crescono le ali, prendo il volo e sbatto nella prima barriera invisibile che qui vengono ordinatamente innalzate a ogni due passi, per cui se supero la prima di sicuro non manco la seconda. E allora, a cosa cavolo mi servono gli antidepressivi – per sbattere ancora qualche volta, come se finora non mi avessi fatto abbastanza male anche senza di essi. Percio la depressione e l’unica scelta giusta. D’accordo, si tratta piu di un male necessario che di una scelta, ma fa lo stesso. L’esito finale e uguale, a prescindere dalle posizioni iniziali, non e vero? Sicché mi rannicchio nel suo dolce, nebuloso abbraccio e lascio che la vita mi passi accanto. Sono vivo ma e come se non lo fossi. Un fenomeno da tutti i punti di vista.
D’accordo, tale stato lo conoscono anche nel resto del mondo, pero le nostre depressioni sono piu strane rispetto alle loro, come del resto anche noi. Nelle nostre depressioni sono racchiusi tutti i sogni finanziari, amorosi e d’altro tipo andati a farsi friggere come nel resto del mondo, ma da noi tutto cio e condito con una fine salsa di sangue e sudore, di morti che non si lasciano seppellire, di vivi che non vogliono vivere, di confini statali vecchi e nuovi che durante la vita media del poveretto nostrano cambiano almeno alcune volte, di valori biblici di cui neanche il Signore tiene piu conto gia da alcuni millenni…
Eh, in quanto alle depressioni il marcio Occidente non puo tenerci testa. Né in molte altre cose. E’ un altro paio di maniche se poi loro, offesi perché in queste cose siamo tanto superiori a loro, le dichiarano riprovevoli, non democratiche, per non usare certe parole piu pesanti che loro non pensano due volte a usare e ci bombardano quotidianamente con esse. Mera invidia, null’altro. E che sia cosi cerca di convincerci ogni nostro nuovo governo, almeno per quanto mi ricordi. A prescindere dai regimi. Che da noi sono stati sempre democratici, dalla venuta degli slavi, quindi anche dei croati in queste terre fino al giorno d’oggi. Almeno finché sono stati al potere. E il potere e sempre potere. I nostri governanti, a differenza di quei falliti occidentali, hanno sempre ragione. Per coloro che la pensano diversamente, il potere trovera il modo come costringere il miscredente di diventare piu credente del papa. E che immaginazione che hanno i nostri governanti! Sotto tutti gli aspetti. Sia quelli del passato che quelli attuali. Certamente anche i futuri. Con i maestri del pensiero che si ritrovano non possono fallire neanche volendo. L’uomo comune neanche si sogna cosa tutto puo venire loro in mente per rendere la vita dei loro cari sudditi piu sensata. Piu ricca. Nel senso spirituale, naturalmente. Il nostri governanti se ne sbattono dei prosaici criteri materiali occidentali e del bisogno di migliorare in questo misero senso. Cosa ammirabile, in cio tutti finora sono stati estremamente decisi e implacabili anche se dai politici di regola ci si aspetta che non si attengano troppo ai principi. Be’, i nostri in cio sono veramente di massima rettitudine. Se necessario, inventeranno anche una guerra per soddisfare i bisogni spirituali della nazione. Addirittura sono sistematici in cio, sebbene altrimenti la sistematicita non sia una qualita dell’umanita locale…
Sto diventando noioso, vero? Un po’? Troppo? Va bene, allora entriamo nel mondo del bar esclusivo per vedere di che cosa gli altri riflettono da alta voce.
“Hrvoje!” grido il mio amico Fabio, quello depresso, dall’altro lato del tavolino da bar a cui eravamo seduti. “Hrvoje!”
“Che c’e?!” replico infastidito l’altro, un’improbabile personificazione dell’ospitalita barista. “Che cosa hai, perché urli? Non sono mica sordo.”
“Be’, se non sei sordo, allora rispondi”, disse Fabio mezzo arrabbiato.
“Ecco, ti ho risposto. Dimmi!
“Dammi un’altra birra!”
“Ecco perché urli”, gli disse Hrvoje in tono d’accusa.
“E cosa vorresti?” gli rispose Fabio ora arrabbiato sul serio. “Che invece di birra ti chiedessi di recitarmi Baudelaire?”
“Andate in quel paese tu e tuo Baudelaire. Vuoi la birra media o grande?”
“Grande”, rispose Fabio rivolgendosi a me. “Che diavolo lo ha preso oggi? Bevo sempre quella grande.”
“Tira lo scirocco”, risposi, giusto per dire qualcosa. “E quando c’e sirocco, sai che la maggioranza parte di testa.”
“Fabio”, intervenne dal tavolino vicino Ranko, che evidentemente seguiva la nostra breve discussione, “sai che a Dubrovnik qualche centinaio di anni fa, lo scirocco veniva considerato un’attenuante nel caso di omicidio?”
“Da noi negli ultimi anni non c’erano piu le aggravanti nel caso di omicidio”, disse Fabio iroso. “Potevi trovarti nei guai soltanto se aiutavi qualcuno. Specialmente se prima non hai studiato il suo albero genealogico.”
“Eh, cavolo”, borbotto Ranko e si rivolse agli interlocutori al proprio tavolo.
Ecco, tanto in merito ai discorsi da bar. Anche se, per essere sinceri, c'erano anche momenti che con la propria lucidita riuscivano a rendere piu bella la giornata. Erano rari, ma capitavano. In quel momento entro nel bar Loredana, la moglie di Ranko, che di solito veniva a questo punto della serata a prendersi la sua vodka con l’acqua tonica per poi portare Ranko a casa. Siccome i posti al tavolo di Ranko erano tutti occupati, si sedette con noi.
“Perché lei la servi con tanta sollecitudine?” si rivolse Fabio a Hrvoje in un tono di sfida.
“Cavolo, lei e patologo”, si giustifico l’altro.
“Che c’entra questo con la qualita del servizio?” continuo Fabio nello stesso tono.
“Be’, lei sara l’ultima a occuparsi di me”, ribatte l’altro. “Voglio dire, lei sara l’ultima a vedermi nudo.”
“E che importanza puo avere, visto che a quel punto sarai gia morto”, borbotto Fabio infastidito.
“Comunque, la cosa mi mette a disagio”, rispose Hrvoje. “Gia da ora.”
“D’accordo, visto il tuo aspetto apollonico, riesco a capire il tuo disagio”, disse Fabio a mo’ di scusa accettando in parte i suoi motivi. “Ma”, si rivolse a Loredana, “volevo chiedertelo da tempo, pero mi dimentico ogni volta. Perché Ranko non viene a prendere te, ma sei sempre tu a venir prendere lui?”
“Per non scambiarlo per uno dei propri pazienti”, intervenni io.
“Ti ho sentito”, mi ammoni Ranko.
“Come potrai tagliuzzare Ranko dopo morto?” continuo Fabio.
“Facilmente”, ribatte lei tranquilla. “Visto quanto e vivace da vivo, difficilmente potro notare la differenza.”
“Ho sentito anche te”, intervenne di nuovo Ranko.
“Se la mia ex moglie lavorasse in patologia, per la prima cosa mi toglierebbe il cuore e poi lo pesterebbe con i piedi per alcune ore”, gli fece eco Hrvoje. “Per ogni evenienza.”
“Normale visto che l’hai lasciata all’ottavo mese di gravidanza”, lo punzecchio Fabio.
“Merda, non potevo farlo prima se appena a quel punto ho scoperto di non essere io il padre fortunato”, disse scrollando le spalle.
“Come mai te lo ha confessato?” chiese Fabio incuriosito.
“Messa di fronte agli argomenti, non aveva scelta”, rispose Hrvoje.
“Che tipo di argomenti?”
“Fisici.”
“Ah!” commento Fabio. “Posso capirlo. E ora, ti manca?”
“Lei?” rispose Hrvoje con un’altra domanda e continuo. “No. Pero mi manca immensamente il suo pettine.
“Il suo…che?” rispose Fabio sbalordito.
“Pettine”, ripete Hrvoje. “Sai, uno di quei pettini da donna, lungo mezzo metro. Su un’estremita i denti, né troppo pungenti né troppo spuntati. Perfetti. E poi io la sera rientro stanco, mi ficco nel bagno, prendo questo miracolo dentato in mano e comincio a grattarmi. Eh, quello si che era un piacere. Se lo ha portato dietro. E ora mi manca davvero. Adesso ogni sera il prurito mi fa impazzire, e diventato cento volte peggio di prima, come se sapesse che il pettine non c’e piu. Tanto che comincio a sudare e mi gratto contro gli spigoli della porta, ma e tutta un’altra cosa. Niente a che vedere con il pettine. Ah! Non dimentichero mai quel pettine.”
“Cazzo!” fu l’unico commento di Fabio.
“Fabio”, disse Loredana, “ho sentito dire che ieri hai festeggiato.”
“Eh, si”, confermo lui felice di non dover piu discutere del pettine di Hrvoje. “Dopo dieci anni di tribunale finalmente sono riuscito a divorziare anch’io. E pensare che ho intrapreso la causa all’inizio della guerra. E’ finita la guerra, e passato anche il quinto anniversario della sua fine, ma il mio matrimonio non si arrende. Tutto ha una fine, tranne esso. Avevo gia abbandonato ogni speranza quando ieri ho ricevuto la sentenza che finalmente e trapassato alla miglior vita. Ora, visto che questo tuo mi rappresentava”, continuo indicando Ranko, “mi e andata anche bene.”
“Be’, e come vuoi che ottenga il divorzio, razza di fallito, quando fino a poco tempo fa vivevi con lei nello stesso appartamento”, si ribello Ranko.
“Cosa c’entra?” gli chiese Fabio.
“Niente, eccetto che lei continuava ad affermare che ti ama, che regolarmente scopate e che non ha idea perché tu voglia divorziare”, disse Ranko inviperito. “E visto che non abbiamo potuto organizzare che qualcuno vi tenga la candela e constati il contrario, tutto si e ridotto alla tua parola contro la sua. E dopo tre anni di causa tu davanti al giudice confessi che la maggior parte della notte precedente l’hai passata tra le sue cosce, o te lo sei scordato? ”
“Si, pero ho sottolineato in maniera forte che ero ubriaco e che lei ha colto le palle al balzo”, non cedeva Fabio.
“E cosi ogni anno per svariate volte”, ribatte Ranko. “Tanto quanto e durata la causa. E se di recente non moriva il tuo patrigno e non tornavi a vivere con la madre, non divorziavi vita natural durante.”
“Questi avvocati sono completamente partiti”, disse Fabio a bassa voce a Loredana e a me. “E’ cosi anche con te?”
“Terribile”, disse Loredana calma. “Ogni volta che fa buca, e piu passano gli anni piu spesso gli succede, alla fine e sempre mia la colpa della sua inefficienza.”
“Ehi, lasciatemi in pace”, ci sgrido Ranko. “Come se non bastasse di per sé questo giorno.”
“Perché?” gli chiese Fabio.
“Tutto il giorno cerco di incassare almeno qualche piccolo debito dai tanti debitori, ma tutti quelli che chiamo sembrano svaniti nel nulla. Nessuno risponde. Incredibile! Come se sapessero che oggi li chiamo per la restituzione del debito, nessuno risponde, nemmeno si trattasse di vita o di morte. Pero fino a ieri potevo trovarli in qualsiasi momento.
“Eh, vecchio mio”, intervenni, “sotto questi nostri cieli infelici tutti hanno sviluppato alla perfezione il settimo senso che reagisce ai creditori. E cosi il tuo caro debitore tu lo puoi trovare in qualsiasi momento del giorno e della notte finché non decidi di incassare il debito. Ognuno di loro intuisce grazie a questo senso miracoloso la tua intenzione con un giorno di anticipo, per cui a te non resta altro che startene a piangere per il destino avverso.”
“Devo cambiare strategia”, disse Ranko pensieroso.
“L’unica soluzione e quella di scordarti dei debiti”, lo punzecchio Fabio.
“Grazie di cuore per il tuo suggerrimento”, ribatte irritato.
“Fabio,” interruppe la loro discussione Loredana, “il tuo nuovo libro vedra finalmente la luce del giorno o no?”
“Per ora e condannato solo alla luce della lampada di 75 wat nella mia cameretta,” rispose.
“Perché?” continuo lei.
“Perché, a sentire il parere del mio editore, e venuto bene dal punto di vista letterario, per cui in quanto al valore letterario andrebbe sicuramente pubblicato.”
“E? Dove allora sta il problema?”
“Nel fatto che lui pubblica per la gente, ovvero per i lettori, e non gliene frega un fico secco della buona letteratura. Ha colto l’occasione di consegnarmi una copia di ‘Sesso nella citta” con il suggerrimento piu che benintenzionato di studiarmi attentamente cosa oggi vende.”
“E che farai adesso?” chiese Loredana incuriosita.
“Lascio tutto come era, solo aggiungo in ogni capitolo alcune pagine di sesso violento.”
“Be’, come riuscirai ad armonizzarlo con cio che hai gia scritto?”, era il mio turno di soddisfare la curiosita.
“Faccendo violenza al testo”, disse lui pacato. “Te l’ho detto che si tratta di sesso violento, non di quello normale.”
“A me farebbe bene di qualsiasi tipo”, commento Loredana.
“Ti ho sentito”, si rifece vivo Ranko.
“Chi dice che la cosa deve avere a che fare con te”, ribatte lei. “Sto parlando dei vivi, non dei morti.”
“Negli ultimi anni del mio matrimonio la mia moglie aveva continuamente il mal di testa, per cui cio che c’era di fisico tra di noi, non saprei come definirlo”, intervenne Fabio alzandosi e avviandosi verso la toilette. “Non ho messo in conto quelle poche volte quando per le necessita della causa ha sfruttato senza scrupoli il mio corpo mentre io ero in stato d’incoscienza.”
“Meglio in qualsiasi che in nessun modo”, disse Loredana tra i denti, a se stessa, e continuo. “Be’, Ranko, gia che ci siamo, come stai di salute stasera?
“Mi fa male tutto, non solo la testa”, rispose in fretta.
“E come la mettiamo con i diritti matrimoniali?”, lo rimprovo lei. “Diritto di…
“…amare””, la interruppi.
“Eh, si”, consenti, “si potrebbe dire anche cosi. Per certi andrebbe prescritta per legge la realizzazione di tale diritto almeno una volta al mese. Nel senso fisico, chiaro. ”
“Ehi”, intervenne Ranko imbestialito, “questa non e la nostra camera da letto bensi l'osteria.”
“Non e un’osteria ma un caffe bar”, si oppose Hrvoje di ritorno.
“Ah si, con l’accento sul suo charme tutto francese”, gli disse Ranko incattivito.
“Fabio scoppiera di tosse”, disse Hrvoje ignorando il commento di Ranko, mentre stava ascoltando i rumori provenienti dalla toilette, un misto di tosse e ansamento. “Fabio, sei vivo?” grido attraverso la porta. “Ho bisogno anch’io.”
“Aspetta!” grugni da dentro la toilette. “Solo che rimetta a posto i polmoni.”
“Cavolo, questo e finito”, borbotto Hrvoje torcendosi davanti alla porta. “Liberati di catarro la mattina, come tutti gli altri.”
“Questa fase l’ho superata”, sibillo Fabio uscendo dalla toilette giallo e verde in viso. “Adesso posso farlo a ogni ora del giorno e della notte.”
“I Monopoli dello Stato ti potrebbero pagare almeno le spese del funerale quando tra poco crepi”, borbotto Hrvoje spingendo Fabio per entrare quanto prima nella toilette.
“Se almeno facessero sconto a coloro che fumano piu di due pacchetti al giorno," si lamento Fabio ritornando al tavolo.
“Se continui cosi, in breve tempo verrai da me per una visita di lavoro,” gli si rivolse Loredana guardandolo.
“Me ne frego”, ribatte lui controvoglia. “Almeno sapro di che cosa sto crepando e non come Ivan, un mese fa: lo ha fregato il cuore, e non ha acceso una sola sigaretta nella sua vita. Era vegetariano, vero?” mi chiese.
“Non ho idea”, sbuffai. “Ma lui non e morto in seguito in un incidente stradale? Si e addormentato al volante e cosi si e fregato, o qualcosa del genere?”
“Giusto”, confermo Fabio. “Pero, se avesse fumato, non si sarebbe addormentato al volante. Sai quello slogan: ‘Con la sigaretta non sei mai solo’. Ecco, vedi, fumando sarebbe rimasto sveglio, avrebbe vissuto per altri venti e passa anni e poi sarebbe crepato di cancro ai polmoni o di infarto come tutta la gente normale.”
“Fabio”, si rifece vivo Ranko, “non conosco nessuno che abbia una filosofia della vita tanto contorta quanto la tua.”
“Né io un altro avvocato con la mente tanto contorta”, non gliela diede per vinta Fabio.
“Cosi mi ringrazi per dieci anni di tentativi di farti divorziare senza la parcella”, obbietto l’altro.
“Ti consiglio vivamente di non vantarti di cio in giro se vuoi continuare ad esercitare questa professione”, continuo Fabio.
“Eh, questa e la goccia che ha fatto traboccare il vaso”, disse Ranko infuriosito. “Dopo tutto cio che ho…”
“Dai, calmati”, sorrise bonariamente Fabio, il cui viso riprese il colorito. “Sai qual e il problema con le gocce che fanno traboccare il vaso? Non sai. Quando si trasformano in fiotti quotidiani che spruzzano senza controllo in ogni direzione, come nel mio caso. Percio calmati e non ti infiammare per ogni idiozia che dico.”
“Eh, merda”, disse Ranko pervaso di malumore, scrollando impotente le spalle.
“Per questa sera ne ho abbastanza di tutti voi”, interruppe questa vuota discussione Loredana. “Ranko, alza le chiappe, andiamo a casa, sono stuffa di questo buco per oggi. Vista l’atmosfera, potevo rimanere al lavoro.”
“Eh, pero li non c’e vodka con l’acqua tonica”, ribatte Hrvoje.
“Questo lo credi tu”, rispose lei. “Immaginati freddo, sul tavolo da noi. L’hai fatto? Si? Bene. E ora prova a pensare chi potrebbe tagliuzzare uno come te in uno stato di piena coscienza.”
“Uffa”, disse Hrvoje con un'espressione schifata. “Mi hai rovinato la giornata fino in fondo.”
“L'ho rovinata anche a me stessa”, mormoro Loredana alzandosi in piedi e andandosene.
Ranko la segui barcollando. Osservai stancamente il profilo giallastro e non rasato di Fabio, piu precisamente la sua barba che si faceva due volte al anno, cosa che per lui era gia diventata abituale, per chissa quali motivi. Dubito che nemmeno lui li sapesse. Dopo di che la lasciava ricrescere, tutta brizzolata, sebbene cio non si notasse troppo perché ingiallita dal fumo delle sigarette. Questa era un’altra ragione perché non poteva smettere di fumare. Infatti, a causa del fumo la sua barba non era bianca, ma aveva uno strano splendore bruno dorato che lo faceva sembrare, a suo parere, molto piu giovane. Lui invece si mise a seguire disinteressato le notizie sportive alla tv che si trovava in alto in un angolo del bar e che era regolarmente accessa per tutto l’orario di lavoro del bar, dall’apertura alla chiusura. Uno di quegli oggetti che per il puro fatto di esistere diventano familiari senza che uno si renda conto perché e per il quale, se qualcuno un giorno lo rimuovesse, si sentirebbe come se fosse scomparso un avventore abituale, solo che non potrebbe ricordarsi quale. Dubito che qualcuno degli avventori del bar avesse alba di cio cosa veniva trasmesso in tv, esclusi gli slalom di Janica Kostelic, della quale naturalmente tutti erano tifosi sfegatati. Se non per altra ragione, allora almeno per il modo in cui aveva raggiunto il successo nel mondo dello sport, grazie a immense rinunce e fatiche.
Vero e che dalle nostre parti tutti si guardano bene dall’intraprendere una tale avventura esistenziale, ma e bene sapere che esiste anche una simile possibilita, nel caso malaugurato si rendesse necessaria. E fino all’eventuale tentativo di qualcuno di fare qualcosa di simile in qualsiasi campo non gli resta altro che vivere i successi di Janica come fossero suoi. La nostra Janica. Ecco, chi dice che non ci sia alcuna utilita dalla nazione. Ci si puo sempre identificare con un suo appartenente di successo e soddisfare quel po’ di ego nascosto. Non c’entra se si sventola con la bandiera da spettatore o da vincitore sul trono, cio che importa e che qualcuno ha fornito l’occasione di sventolarla. E sventolare con la bandiera lunga alcuni metri in una localita sciistica di grido davanti a tutti quei ignorantoni internazionali mostrando loro che noi, perché Janica e tutti noi, quindi che noi volendo possiamo fare meglio di tutti i loro numerosi team di esperti strapagati messi assieme, questo si che e un piacere per il quale la maggior parte dei bipedi locali si venderebbero anche quel poco d’anima che sono riusciti a conservare di fronte alle tentazioni a cui essa viene quotidianamente sottoposta in queste nostre lande deserte. L’ho gia detto che per i miei compatriotti i valori spirituali della nazione sono molto piu importanti di tutti i beni materiali di questa terra. Tuttavia, i meriti per tanta spiritualita non spettano a loro bensi alla saggia politica nazionale che ha fatto di tutto e di piu affinché nemmeno li sfiorasse l’idea che con il proprio lavoro avrebbero potuto aspirare a qualcosa di piu che alla mera sussistenza. E allo sventolamento della bandiera. Naturalmente, come per tutte le regole anche in questo caso esistono delle eccezioni. Nel nostro caso si tratta di coloro che in questi ultimi anni hanno inaspettatamente approfittato della situazione anche secondo i parametri di ricchezza occidentali, i quali non vogliono rinunciare a quanto procacciato neanche a costo di vari anni di carcere, che veniva loro cordialmente promesso dall’attuale governo prima delle elezioni e della vittoria elettorale. Ma quando poi le elezioni sono passate, i nuovi governanti hanno capito di punto in bianco che chi aveva il denaro aveva il potere, anche se non era al governo, perché con i soldi si puo comprare tutto, specialmente il potere e l’influenza, per cui a ragione hanno preso di mira il popolo ottuso, come chi li ha preceduti, non capacitandosi come mai il popolo non riuscisse a capire e ad accettare un fatto tanto semplice e lampante. Bensi continuava a scocciare e a tirarli in ballo per le loro nebulose preelettorali. Chi poteva essere tanto pazzo da stare ad ascoltare e addirittura da credere alle fatamorgane preelettorali, si chiedevano loro sbalorditi. Noi, echeggiavano per valli e monti le voci di milioni di appartenenti alla nazione eletta, voci dei cittadini che tiravano a campare accanto agli eletti. E lo stesso identico problema con il popolo lo aveva anche il governo precedente. E’ strano questo rapporto tra il potere e il popolo. Si amano tanto e si capiscono prima delle elezioni, e dopo come se non avessero mai avuto a che fare l’uno con l’altro. Anche se dopo le elezioni entrambi dell’altro non sono venuti a sapere niente che non sapessero o non avessero potuto sapere anche prima delle elezioni. E adesso va tu a capire questa cosa.
“Janica oggi ha vinto di nuovo”, mi scosse Fabio dalla mia riflessione. “Bravissima. Questo va festeggiato. Hrvoje, un altro bicchiere. Dovevo fare dello sport, forse avrei combinato qualcosa nella vita, invece che mettermi a fare cultura. Dovevo occuparmi di qualcosa dove esistono parametri esatti, indicatori di successo, come Janica: in tanti secondi arrivi o non arrivi al traguardo, e non ci sono inghippi di sbieco. Invece qui puoi arrivare o no al traguardo, nessuno se ne frega. In verita qui il traguardo non c’e. Soltanto centinaia di sentieri per i quali girovagano casi persi come me, che poi arrivano al loro colle e da li urlano a squarciagola per coprire in qualche modo la voce di coloro che stanno sui colli circostanti. E da tanto urlare l’uno non comprende cosa svanvera l’altro.”
“Ma tu riesci a guardare, ad ascoltare alcunché senza metterlo in relazione con la tua persona?” gli chiesi con malizia.
“Riesco, ma qui le analogie si impongono da sole”, borbotto. “Volendo o non volendo. A mio svantaggio, chiaro.”
“Buon uomo, liberati una buona volta da queste tue frustrazioni o accettale finalmente.”
“Come me ne libero?” alzo la voce. “Non mi sono aggrappato io ad esse, ma il contrario. Esse governano la mia vita, io non le controllo. Non sono stato io a crearle e a definire le loro dimensioni, ma altri. Io soltanto mi sono trovato impelagato in esse, perché il mio campo di lavoro, d’interesse si trova in esse. Quindi, non avevo alcuna scelta.”
“Andra meglio”, risposi laconicamente.
“Quando?” disse irato.
“Che ne so”, sbottai. “Tra dieci, quindici anni? Forse!”
“Guarda qui l’ottimismo personificato”, si accese. “Tra dieci o quindici anni, se saro ancora vivo, mi servira soltanto un appartamento al pianterreno lontano dalla farmacia non piu di trenta metri. E per giunta la farmacia non dovra essere dall’altra parte della strada, per non doverla attraversare perché…”
“Va bene”, lo interruppi, “le condizioni di vita e di lavoro sono frustranti. Questo vuoi dire. Per cui e normale che un tale lavoro produca le sue frustrazioni nell’ambito di quelle esistenti, generali, oggettive o come diavolo vogliamo chiamarle. Fa lo stesso. Pero, giacché le cose stanno cosi, sei abbastanza intelligente e realista da percepire questo fatto e accettarlo come immutabile e quindi da trovare il modo ci conviverci.”
“Ah”, era il suo turno per dimostrare un po’ di cattiveria. “Tu, intelligente e realista, come il Signore ti ha creato, questo lo hai naturalmente capito e adesso vivi in armonia con tutti i tuoi fattori oggettivi, vero? Il che si vede in modo particolare nelle lettere che fino a poco tempo fa ancora le scrivevi. O che cercavi di scriverle, il che e anche peggio.
“Andate in quel paese tutti insieme, tu, i fattori, le lettere e questa discussione.”
“Ha, ha, ha”, rise compiaciuto. “Hrvoje, vuoi finalmente portarmi da bere o no? Senti, Hrvoje, tu come stai con i tuoi fattori oggettivi?”
“Con che cosa?”, lo fisso altro preso di sprovista.
“Con i fattori oggettivi che delimitano il tuo campo d’interesse”, spiego Fabio.
“Bene”, disse a denti stretti il fattore. “Soggettivamente li mando mentalmente, a bassa voce, in malora subito di primo mattino, quando mi sveglio da eroe, e oggettivamente essi mi fregano implacabili non appena apro la porta di questo buco. E continuano a martoriarmi finché non chiudo gli occhi e non sprofondo nel sogno del giusto. La risposta ti soddisfa?”
“Ma guarda te un po’”, disse Fabio pensieroso guardando Hrvoje. “Dovro passare un po’ piu di tempo in tua compagnia.”
“Difficile”, replico Hrvoje. “Solo traslocando completamente a casa mia. E nessun uomo, a prescindere dai suoi peccati di fronte a Dio e agli uomini, merita una tale pena, quindi neanch’io.”
“Grazie”, mormoro Fabio, il cui umore dopo il commento di Hrvoje divento ancora piu nero.
“Non c’e di che”, rispose. “A tua disposizione.”
“Senti”, Fabio si rivolse a me, “vogliamo non aprire piu bocca stasera.”
“D’accordo”, accettai.
“Eh, merda”, sbuffo soffiando al dito che aveva appena ustionato con la sigaretta.
“Ti sei attenuto all’accordo molto a lungo”, colsi l’occasione di rimproverarlo.
“’Merda’ non e una trasgressione. E’ una specie di sospiro, gemito, invocazione, la definizione piu breve di uno stato spirituale incarognito, qualcosa simile…”
“Chiudi il becco!”
“Va bene.”
LA PRIMA LETTERA

Pola, 24 dicembre 1991


Cara…

Dio mio! Non so come chiamarti! Non so come chiamare la donna accanto alla quale fino a ieri mi svegliavo, con cui bevevo il primo caffe mattutino, pianificavo il resto dei miei giorni, della mia vita… Non posso chiamarti per nome perché cosi mai ti ho chiamato, e d’altro canto mi sembra fuori luogo sdolcinare come facevamo finché eravamo ancora vivi. Credimi, ho paura di scrivere alcunché, come se con queste parole innocenti potessi determinare il futuro, i giorni a venire… Ho paura di tutto. So che conserverai questa lettera, so che un giorno la leggeranno i nostri figli, per cui a momenti mi sembra di scrivere una replica alle accuse non dette, che pero un lontano giorno entreranno in vigore e io dovro rispondere che cosa intendevo con ogni singola virgola della lettera… No riesco a sottrarmi alla sensazione che mi sto giustificando per qualcosa a cui non e possibile dare una giustificazione. E non so di che cosa si tratta! E non so chi e l’accusato! Se l’accusato sono io, quali sono i capi d’accusa? Perché sono stato messo sul banco degli imputati? E dove sei tu in questa storia a rovescio? In verita, non so cosa sia tu per me. O, meglio, non so piu niente. Né di me, né di te, né di noi. Non so nemmeno se siamo esistiti insieme o tutto e stato un sogno bello ma fuggente. Come tutto cio che e bello. In fine, non so neanche di che scrivere! Pero una cosa la so. Qualsiasi cosa scriva sara in piena sincerita, a prescindere quanto doloroso possa essere.
Ecco, per iniziare confesso che gia un mese fa ho ricevuto la tua cartolina dall’Australia con l’indirizzo dell’alloggio dove tu e i ragazzi vi siete sistemati e che tutto questo tempo cercavo il coraggio di scrivervi. Potrei ricorrere alle piccole menzogne banali ma spesso indispensabili e scriverti che l’ho ricevuta appena ieri, perché chi puo sapere quanto ci metta la posta ad arrivare vista la follia dei tempi che viviamo, ma perché poi ricorrere a una tale menzogna? Per chi di noi essa possa avere un valore, un significato? Insieme a tutti gli altri, ci siamo privati anche di questo diritto. Semplicemente non ha senso. Finito tutto, possiamo almeno permetterci l’assoluta sincerita, visto che tutto il resto ce l’hanno sottratto.
Finché vivro non dimentichero quel giorno quando di pomeriggio ho controllato per caso la cassetta delle lettere scoprendo che dentro c’era qualcosa. L’ho aperta e vi ho trovato la tua, la vostra cartolina. Ah, si, finalmente ho riparato la serratura di quella vecchia cassetta, dopo che per anni me lo facevi presente. E sai perché l’ho fatto? Per paura che qualcuno non prendesse quella cartolina, non la buttasse, strappasse. Perché sapevo che sarebbe arrivata, prima o poi. Che ci vuoi fare, la paura e evidentemente il movente di tutto, quindi anche di cio. E sulla necessita di prendere in queste terre tutte le precauzioni del caso abbiamo imparato tutto, vero? E in fretta. In pochi mesi.
Gesu, cosa hanno fatto delle nostre vite. Solo sei mesi fa noi avevamo una vita, e poi da oggi al domani ce l’hanno rubata. Ricordo ogni dettaglio inerente la tua partenza con i ragazzi, quando te ne sei andata temporaneamente dai tuoi genitori in Serbia, al massimo per un mese. E guarda ora. Mio figlio ha iniziato la prima classe in un paese lontano, in una citta lontana, dei quali non so scrivere correttamente i nomi se non li controllo lettere per lettera. La figlia dira le prime parole in chissa che lingua. Non sara capace neanche di rivolgermi la parola. Se mai piu ci rivedremo. Abbi cura dei miei due angeli innocenti.
Qui stasera e la vigilia di Natale, domani e il Natale, cattolico, mio, che per me non esiste piu. Natale con i tuoi… una festa della famiglia. A me il mio me l’hanno sottratto. Non so perché l’hanno fatto e che se ne fanno del mio Natale, pero ora ce l’hanno. Adesso e solo loro. Io lo festeggio guardando le foto, scrivendo queste righe, cercando di non perdere la testa, di portare la lettera alla fine senza crollare. Senza lacrime. Sai che non lo sopporto. Una sola lacrima mi fa venire il mal di testa che dura per giorni. Pero lo stomaco brucia. Non da tregua. Quando la situazione diventa grave, me ne vado nel bagno e mi rannicchio accanto alla vasca in attesa che passi. Non so perché proprio li, pero in qualsiasi altro posto e ancor peggio. Sara che mi sembra che li e rimasto piu che altrove. Li nell’armadietto ci sono ancora i tuoi profumi, i tuoi cosmetici, altre minuzie come quelle cose per legare i capelli, non so come si chiamano… Le sigarette non le conto piu da tempo, da quando sei partita. Non ho smesso di fumare. E come potrei quando null’altro rimane nelle notti in cui il sogno non si cala sulle palpebre stanche, non solo mie. Non cala su tutto il quartiere in cui abito, lo evita. Come anche la maggior parte di questo triste paese.
Sento le campane del duomo che risuonano a mezzanotte. Cosa direbbe il bravo vecchio Hemingway se ora stesse seduto con me ad ascoltare il loro suono che trapassa i muri, le ossa, il cervello… Appena adesso comprendo la sua fine. Sai, non ho riso da quando siete partiti. Non c’e motivo. A volte prendo la chitarra, la tengo in mano ma non suono. E cosa dovrei suonare? Ora sto ascoltando Moody Blues, la nostra canzone, Nights in White Satin, e penso: con che raso sono state coperte le nostre notti? Di sicuro non bianco. Nero, opaco, insanguinato…
Certi amici mi hanno invitato al pranzo di Natale ma ho rifiutato. Non riesco a sopportare quegli sguardi pieni di compassione, non voglio essere compatito. Non ne hanno diritto. Qui gia gira voce che sei fuggita con i ragazzi dai tuoi in Serbia, che abbiamo divorziato. Mi consigliano di trovare il modo di riportare qui i figli affinché non li allevino gli xenofobi serbi… Come al solito mia madre e in testa ai buoni consiglieri. Per fortuna vive lontano da questa citta. Non si sa di che morte morire. Di te tutto il male possibile e impossibile. Anche quelle che fino a ieri erano tue amiche con cui hai preso il caffe centinaia di volte. Alcune le ho mandate in malora, ma poi mi sono stancato ed ho cominciato ad evitare la gente. Di regola sono o nell’appartamento o nella caserma. I miei genitori sono letteralmente impazziti: il padre e dalla mia parte e della madre ti ho detto: o urla o piange. Dice che per la vergogna non puo uscire in strada. Io le ho detto che era anche tempo che se ne stesse un po’ a casa, ma a quel punto e uscita di testa. Da quel momento non mi ha rivolto piu la parola. Le ho inoltre detto che per fortuna ha anche un altro figlio che ha sposato una croata, purtroppo solo temporaneamente. Mio fratello ha divorziato alcuni mesi fa. Per cui puoi immaginare come si senta lei laggiu in Dalmazia, dove i venti di guerra sono diventati arroventati. Di colpo e rimasta senza tutti e quattro i nipoti. In parte per nazionalita sbagliata, in parte per mancanza d'amore. Il fratello dice naturalmente che ho il suo sostegno incondizionato. Pero vorrei sapere in che? Esiste un mio traguardo futuro per cui avrei bisogno di sostegno di qualcuno?
Parlo a vanvera, vero? E che ci posso fare? Non sono mai stato bravo a scrivere, era il tuo dominio. In questi giorni ho riletto per chissa quale volta quelle magnifiche poesie d’amore che mi hai scritto ancora prima di sposarci. Guardo i tuoi abiti appesi in ordine nell’armadio e ogni volta mi sorprende la sedia vuota accanto al comodino, quella su cui deponevi gli abiti indossati durante il giorno. La mattina mi sveglio ed e la prima cosa che vedo sperando che proprio quella mattina su di essa apparira il tailleur, la camicia che la sera precedente hai tolto. Invano. Due volte l’ho portata via dalla camera da letto per poi riportarla al suo posto. Non posso farne a meno anche se vuota. E’ stato come rimuovere una parte di te. Infine non ce la facevo piu e ho cambiato camera, ora dormo sul divano nel soggiorno.
Nella camera dei ragazzi non entro piu. Non ne ho la forza. Ho passato una sera la dentro e sono diventato mezzo matto. Il giorno dopo al lavoro ho combinato un vero casino ed e mancato poco che non mi cacciassero dall’esercito. E’ meglio che non ti dica cosa e successo. Quelli non capiscono assolutamente niente. Loro tutto il giorno non fanno altro che parlare della patria, del sacrificio per la patria, per cui quel giorno ho chiesto al mio superiore: i miei figli hanno diritto a questa patria? Almeno a meta patria, a quella parte che spetta loro in quanto miei figli? E come intendono di definire questa meta? Che diritto alla patria e questo se e solo a meta? A quel punto lui mi ha risposto strafottente che dovevo prima stare attento chi sposavo se non volevo che oggi i miei figli fossero dei mezzisangue, al che io ho visto rosso e gli ho mollato uno di quei cazzotti che cambiano i connotati. Questo e stato l’inizio. Se non ci fossero stati gli altri, lo avrei ucciso. Sono riuscito a tirarmi fuori dai guai per un pelo.
Ecco, cosi passo le giornate. In equilibrio ai margini della pazzia, pendendo pericolosamente dalla parte sbagliata, anche se qui puoi pendere da qualsiasi parte, nulla cambia. Mi guardo allo specchio e mi chiedo: chi sono? Croato, dalmata, una volta ufficiale dell’ex Marina militare jugoslava, oggi ufficiale della Guardia popolare croata, perché e cosi che si chiama questo esercito. E a nessuno interessa altro. Nessuno si chiede se sono anche padre, che ne e dei miei figli, della mia moglie, della mia vita privata? Cio non esiste. Tutto cio che e privato viene abolito. C’e la guerra, E la guerra e la giustificazione per tutte le assurdita, compresa quella maggiore, la mancanza di umanita. L’amore non deve essere neanche menzionato, escluso l’amor patrio. In guerra solo questo amore viene riconosciuto.
Sto leggendo l’ultima tua frase sulla cartolina, aggiunta a lettere minuscole, quasi illeggibili: “Sei ancora mio?”.
Nei prossimi giorni parto per il fronte.Ho paura. Di tutto. Delle uccisioni, della morte, di tutto. Scrivimi a prescindere se tornero. Scrivimi dei ragazzi, di come vi siete sistemati, che fa mio figlio, se chiede di me, cosa gli rispondi, se la figli ha cominciato a parlare, scrivimi tutto. Non lasciare che mi dimentichino. Questa sarebbe la pena maggiore di tutte le morti che mi aspettano in agguato al fronte. E io ti rispondero non appena torno. Anche se non torno, ti rispondero lo stesso. In un modo o nell’altro. Scrivimi.

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