Drazan Gunjaca - LA ROULETTE BALCANICA

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Andrea Camilleri
Gianna Dallemulle Ausenak
Rastislav Durman
Zoran Raicevic
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Valentina A.Mmaka
Francesco Mazzetta
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 16.  Mary Barbara Tolusso

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  18.    Darla Deghenghi

  19.    LETTERATURA ITALIANA


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  • Andrea Camilleri

"Un tragico dialogo senza uscita, come un duello fino alla morte, sull'assurdita' dei conflitti e della guerra."

  • LA GUERRA PROGRAMMATA
    Di Gianna Dallemulle Ausenak
    (LA BATTANA, Fiume, n.148)
E difficile trattare argomenti riguardanti la guerra nei Balcani senza dibattersi in un groviglio di sensazioni e un carico di significati emotivi che rende difficile il resoconto delle vicende. L’autore ci riesce perché i suoi presonaggi fanno i conti dal “di dentro” degli avvenimenti e delle conseguenze intrinseche alla follia bellica. Sin dal principio della piéce, in un mondo in cui tutto é confuso e capovolto, il confronto con la nuova realta é un dramma umano insostenibile, per cui la ricerca di una soluzione sensata appare come un gioco estenuato e impossibile.
Come tutte le guerre (in buona parte dimenticate – importa a qualcuno del genocidio in atto nel Congo, ad esempio?), anche quella dei Balcani e stata progettata. Un paio di manigoldi criminali ha convinto il mondo che l’odio tribale era una prerogativa balcanica e constituiva una minaccia per la sigurezza del nuovo millennio. Urgeva, dunque, separare “quei popoli primitivi” con la forza, costasse quel che costasse. Per raggiungere lo scopo, anzitutto e stato necessario preparare per bene lo scenario (chi non ricorda le pseudo verita dell’Accademia delle Scienze di Belgrado del 1986?), seminare l’odio per il “nemico”, demonizzarlo e convincere che le atrocita sono necessarie, disinformare e insistere finché la verita non si fosse deformata. Le folle applaudono, le folle sono convinte, bene, anzi benissimo, ora, atto secondo, sotto, andiamo a massacrare, distruggere, sradicare. Si, e stato tutto fatto con molta cura. Eppure lo schema usato non era nuovo e nemmeno originale. Come le guerre, che non sono né sante, né fatte a fin di bene, ma sono semplicamente sporche e catastrofiche. Checché se ne dica, sono sempre guerre di poteri politici o economici, guerre di mafie antiche o emergenti, scrupolosamente programmate e “camuffate”, e hanno tutte il medesimo scopo: dominio, potere, accumulazione di denaro, beni e territorio, petrolio, metano, vendita di armi, talvolta col supplemento della schizofrenia per il “posto nella storia” – tutto business giganteschi, insomma, come giganteschi sono gli imbrogli, le ladronerie, le fregature. Altroché liberta, altroché indipendenza, altroché sacro suolo!!
Questa, la riflessione sottesa al testo. Ma veniamo a “Roulette balcanica”. Se la quotidianita cammina accanto all’indifferenza della grande storia, la vita dell’uomo respira e pensa in piccolo, nel proprio microcosmo, l’unico che veramente gli stia a cuore. Ed e qui, nell’individuale, che per dar lettura dell’insieme, l’autore preferisce insinuarsi: lo specula e lo pedina fino al momento della sua tragica implosione. Il distacco, l’osservazione asettica di Gunjaca, in realta sono soltanto apparenti: nell’umanita con la quale accompagna i suoi protagonisti nel loro disperato dibattersi traspare la proiezione della sua sensibilita, la com-partecipazione e la simpatia per i poveri cristi che vengono messi in croce dai soliti armaioli.
E tempo di entrare in scena.
In un appartamento privato, a Pola. E quasi mezzanotte di un giorno fine settembre. E il 1991, non un anno qualsiasi: la Jugoslavia si sta sfasciando e la guerra non e piu solo un’ipotesi. Causa la situazione, dopo anni di amicizia, due capitani ell’Armata Popolare Jugoslava – Petar, serbo, e Mario, croato – si ritrovano avversari. Hanno bevuto parecchio e ora sono ingolfati in una bizzara discusione che ha per tema il suicidio di Petar. Questi, infatti, vuole farla finita e spera nell’aiuto dell’amico al quale va esponendo le sue ragioni. La decisione appare decisamente assurda, esagerata, ma Petar ha subito una doppia tragedia: in un colpo solo, afferma, ha perso famiglia e stato. Per opportunismo o chiaroveggenza (cambia qulacosa?), sua moglie, che e di nazionalita croata, se n’e andata portando con sé anche i figli. A lui, il mondo e crollato addosso, la vita stessa gli e scoppiata tra le mani. Puo un uomo vivere senza la propria vita?, chi diventi, chi sei, se ti scippano l’identita, si chiede angosciato. Esiste, da qualche parte, una scappatoia? Si, gli rispondo l’amico, se rinunci a te stesso e ai tuoi ideali, se cancelli con un gran colpo di spugna guella che e stata finora la tua vita, se abiuri tutto cio in cui hai fermamente creduto, se indossi il paraocchi, se sacrifichi...
“E cosa dovrei sacrificare? Me stesso in quanto serbo, ufficiale e uomo, o me stesso in quanto serbo, padre e uomo? Capisci cosa voglio dire? In ogni caso sacrifico me stesso in quanto uomo. E se perdo cio che di umano c’e in me, che me ne faccio del resto? (...) Che se ne fanno (i figli) di un padre che non sa chi e, non sa a chi appartiene? Se resto in Croazia, non potro poratrli in Serbia, nella mia citta natale. Se me ne vado in Serbia, non potro venire qui a trovarli preché saro l’invasore. Capisci. E non posso campare né senza la mia citta natale, né senza i miei figli.” (pp.63-64)

Denuncia e messaggio etico attraversano il dialogo tra i due ufficiali, passando per argomenti che toccano momenti salienti o anche piccoli eventi del passato e presente delle terre balcaniche, quelle terre dove l’inizio nazionale e piu importante dello stomaco pieno... Vi si mescolano momenti introspettivi caricati di tensione volutamente esagerata e tinti d’ironia a sottolineare la mentalita propria dell’ambiente cui appartengono i personaggi, e in alternanza a dialoghi all’apparenza banali, ma che all’improvviso si accendono di sofferenza verace. Non e nelle intenzioni dell’autore di mettere in atto un processo, ma di giungere passo passo alla verita tramite l’esposizione e l’analisi di una realta piu che amara.
L’entrata in scena di altri personaggi minori (il sergente Jovica della polizia militare, serbo, e Safet, poliziotto militare, bosniaco musulmano) segna il dramma di una connotazione farsesca, riproponendo ulteriormente il ruolo convenzionale della piccola gente che nel gioco impudico di chi comanda, conta meno che niente.
Ormai, il cerchio e prossimo a chiudersi. Né l’affetto di Mario, né i suoi appelli alla riflessione faranno desistere Petar dal suo tragico proposito, che nega l’appartenenza a un mondo diventato incomprensibile e ne evade nell’unico modo che giudica possibile. Dopo un ultimo plateale ascolto degli inni jugoslavo e croato, l’uomo si fa saltare le cervella.
Un lavoro di tutto rispetto, condotto molto bene in virtu dell’ottima conoscenza dell’argomento che l’autore tratta. Al di la dell’idea di fondo sul disastro a livello umano come conseguenza di una guerra, appare la decisa volonta di fare chiarezza, di interrogare le coscienze senza corteggiamenti filosofici, strada che Gunjaca percorre fino in fondo con impegno e buon senso del teatro.
Con l’augurio di veder alzare quanto prima il sipario su “Roulette balcanica”.

  • Rastislav Durman (scrittore, critico letterario, Novi Sad, Serbia)
Parlando di genere letterario, "La roulette balcanica" e piu una tragedia che un dramma, segue persino la poetica antica. Il testo di Gunjaca tratta le circostanze della disfatta della seconda Jugoslavia, ossia qualcosa che non e ancora solo storia, qualcosa che assomiglia piu a delle braci morenti che alla cenere, a ferite che si stanno rimarginando ma che non sono ancora una cicatrice. Non viene pero vissuto come un documento sul piccolo uomo in funzione di vittima di interessi dell'alta politica, e neppure come un saggio sui modi serbo-croati, croato-serbi o sia serbi che croati di soffrire di malattie infantili della collettivita nazionale e statale. In altre parole, questo dramma non e solo un documento o solo un saggio – e ambedue le cose ma soltanto in un secondo, o terzo piano. In primo piano si trova l'archetipo dell'uomo al quale sono stati tolti i valori attorno ai quali ha costruito la propria vita. In quello che succede a Petar, Mario, Jovica, Safet, Ante, Ivan e Milojica possiamo scorgere la tragedia di tutti gli onesti soldati il cui supplizio non e una sconfitta ma l'impossibilita di seguire il giuramento dato. Non solo il martirio dei soldati ma anche di tutte quelle persone strappate al quotidiano in cui credevano e a cui, nella migliore delle intenzioni, davano la loro parte migliore. La stessa amarezza la sentivano il centurione britannico lasciato sulle rive del Tamigi dopo il ritiro definitivo delle legioni verso Roma, e l'ingegnere boemo che aveva dedicato tutta la sua vita allo sviluppo delle ferriere slovacche per svegliarsi un giorno in quella stessa Slovacchia come minoranza nazionale.
Dopo le prime pagine de "La roulette balcanica" si ha l'impressione che si tratti di un dramma da leggere o di un romanzo in forma dialogica – la carica drammatica nell'esposizione e interna, la scena e statica e le repliche relativamente lunghe. Con l'introduzione di nuovi personaggi la situazione cambia completamente, la carica drammatica interna dei personaggi si trasforma in azione che si scatena a tal punto da raggiungere, verso la fine, il ritmo impazzito del rondo che, come procedimento, e riconoscibile nei romanzi di Gunjaca (si puo parlare di una spece di ritmo come costante dello stile di Gunjaca). Dopo il culmine dell'azione subentra la calma, si ha l'impressione che la simmetria nella composizione sia chirurgicamente netta, la trama prende una traiettoria parabolica verso l'ordinata dalla quale tutto e cominciato, dopo di che si arriva nuovamente al culmine, a una grande esplosione emotiva e al vuoto.
Quello che separa "La roulette balcanica" dalla tragedia antica e l'assenza del tono sublime (qui incontriamo un puro naturalismo) e della lingua elevata (la lingua nel dramma e rudimentale, completamente in funzione dei personaggi cresciuti e formati in caserma), e il fatto che al personaggio (personaggi) principale non si contrappongono gli dei ma la storia, per cui quale il santo tale l'incenso.

Raccomando di leggere, inscenare e guardare questo dramma.


  • Zoran Raicevic, dramaturgo
    (Teatro nazionale di Belgrado, Serbia)

Il dramma "La roulette balcanica" e scritto in modo maturo e chiaro, coraggiosamente entrando nel tessuto umano dei protagonisti che sono allo stesso tempo vittime del violento dramma jugoslavo. Il disfacimento della societa ha inevitabilmente portato alla rovina dei rapporti umani, anche quelli del singolo individuo che fa parte di tali rapporti. La trama e logica e le relazioni sono chiare.

FINE SETTEMBRE 1991, JUGOSLAVIA. SIAMO IN UN CONDOMINIO DI POLA, FUORI C'E LA guerra. Nell’aria si respira ancora l’atmosfera della vecchia e gloriosa nazione di Tito, patria di tradizioni in cui si spara dal balcone per festeggiare la nascita di un figlio maschio, anche quando fuori si muore, anche quando cio significa mettere a repentaglio la propria vita. “Siamo uomini, semplicemente uomini”, ed alla fine e solo questo che conta. E quando “questa fase tribale passera, gli uomini ridiventeranno uomini, a prescindere dalla loro nazionalita”, dice il croato Mario, capitano dell’armata popolare jugoslava che decide di liberarsi della sua divisa per non essere un invasore.
Ora che il nemico comune e venuto a mancare, a fronteggiarsi restano loro, serbi e croati, fratelli di sangue divisi da una bandiera, da un inno, da un poeta, perché “dopo la decima vittima a cui tieni la guerra diventa tua ovunque ti trovi”. Se la regola del gioco e questa, allora Petar, anche lui capitano dell’Apj, sceglie di non giocare. Depone la divisa per rifiutare una guerra che non e sua, ma che e comunque riuscita a dividerlo dalla sua famiglia, lui serbo con una moglie croata fuggita assieme ai suoi figli, figli che prima erano jugoslavi e che ora sono forse serbi come il padre o forse croati come la madre.
Una piece teatrale in cui l’atmosfera resta soggiogata dall’angosciosa attesa della morte, solo a tratti superata dall’alternarsi in scena di nuovi protagonisti e di nuovi drammi. Un mondo di lacrime, come nella splendida immagine in cui Petar e Mario piangono abbracciati cantando il loro “vecchio” inno, dove tutto trova ragion d’essere in quel tragico epilogo, in quella “liberazione” arrivata solo grazie ad un colpo mortale alla tempia. Una roulette balcanica che non lascia spazio a ripensamenti, perché in questo tragico gioco con la morte non ci si confronta con una rivoltella come in una roulette russa, ma con una pistola in cui ad ogni colpo corrisponde la fine di tutto.
O forse, come per Petar, un nuovo eroico inizio. Tragedia o commedia nera, a seconda di come la si preferisca chiamare, quest’ultima fatica di Drazan Gunjaca, 45enne avvocato col “vizio” della scrittura, e un grido disperato contro la guerra e l’odio razziale. Temi di grande attualita, che l’autore fa e sente suoi riuscendo a trascinare con sé il lettore in un viaggio appassionato all’interno del mondo privato di due uomini come tanti. Ma che a differenza di tanti si trovano nel posto giusto al momento sbagliato, cittadini di una “polveriera” chiamata Balcani, dove la miccia per un nuovo conflitto e sempre sul punto di accendersi.
Un dramma che e anche un insegnamento per chi la guerra non l’ha vissuta che di riflesso. E per chi pensa che nella guerra vi sia anche qualcosa di buono. Un libro scritto bene, intelligente, che trasuda pace, e che solo per questo varrebbe la pena di leggere.

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  • Valentina A.Mmaka
    (STILOS, Italia, 19.03.2003.)

Un dramma sulla guerra dei Balcani, i personaggi di Drazan Gunjaca ci fanno riflettere, in un dialogo serrato e incisivo, sulle ragioni del conflitto, dell'appartenenza etnica, di uomini semplici catapultati dal male oscuro della guerra in una esistenza dolorosa, insanabile. Roulette Balcanica, allude ad una variante della roulette russa, con un unica diversita, mentre quella russa (con rivoltella) lascia spazio a un margine di fallibilita, quella balcanica (con pistola) non lascia via di scampo. La morte e il risultato di un gioco perverso, inadeguato, ineluttabile per chi sente i valori crollare sotto il peso di una memoria lacerata dalla guerra, come nella storia di PETAR, uno dei protagonisti.

  • Francesco Mazzetta,
    (Il Mucchio Selvaggio, 25-31 marzo 2003)

Roulette balcanica di Drazan Gunjaca sarebbe una farsa se non fosse una tragedia: a Pola, in una notte dell'autunno del 1991 due capitani dell'ex-esercito jugoslavo, Petar - serbo - e Mario - croato - discutono della loro situazione.
In particolare Petar, fino a poco prima rispettato rappresentante della forza pubblica, e ora improvvisamente membro di un esercito invasore, abbandonato dalla moglie croata che se n'e andata portandosi via i figli, e disperato. L'unico a rimanergli amico in quella che era la sua patria e ora e suolo e il vecchio comilitone Mario che non si lascia ingannare dalle nuove ideologie nazionalistiche: s'e tolto la divisa e pensa di cercarsi a shelter form the storm, un rifugio dalla tempesta in arrivo. Petar invece, troppo distrutto dal crollo dei valori in cui credeva, dal disfacimento della famiglia, non potendo piu trovare rifugio dal dolore nel salutare cinismo della razionalita, s'abbandona alla "roulette balcanica", una roulette russa fatta con una pistola automatica invece che con una rivoltella, una roulette in cui e impossibile "perdere". Progressivamente altri personaggi vengono coinvolti nell'azione drammatica, tutti militari/poliziotti che sono costretti da Petar a mettersi di fronte alla frantumazione dei Balcani e - in varia misura - a prendere coscienza dell'assurdo fatalismo con cui tutti ora accettano cio che aborrivano appena prima. Alla fine, pero, il vero abisso in cui incappa l'uomo comune-Petar non e la metamorfosi delle ideologie o delle uniformi, quanto piuttosto il fatto che tali ideologie, tali uniformi vesotno anche l'anima delle persone e neppure i sentimenti piu profondi possono vincere tali cambiamenti. Questo breve testo teatrale dovrebbe dunque servire da monito a chi sobilla divisioni e regionalismi, ed essere fatto leggere a tutti i nostrani leghisti nella speranza che ne possa rinsavire qualcuno.

  • IL LABORATORIO DEL SEGNALIBRO,
    n.14/2003-09-23

Roulette balcanica, gia incoronato al concorso letterario Il viaggio infinito 2003, e un dramma che descrive in modo tragicomico gli avvenimenti che hanno preceduto la guerra dei Balcani del 1991, attraverso i gesti e le parole di sette ufficiali dell'ex esercito federale che nella guerra fratricida si ritrovano da parti opposte.
Scritto in forma di opera teatrale, Roulette balcanica ricorda l'antica tragedia classica, dalla quale si differenzia pero sia per i dialoghi aggressivi, sia per il tipo nemico affrontato.
Dove gli eroi della tragedia greca erano avversati dalle divinita infuriate, sui sette soldati di questo libro incombe un'unica nemesi: la storia.
Un'opera sull'assurdita della guerra, che in maniera realistica inneggia all'amore per l'altro.

  • Francesco Tebeo
    (HYRIA, n. 99-100/2003, Italia)

Dramma breve e semplice, sembra riportare in scena uomini e situazioni conosciuti effettivamente (magari durante la carriera militare), grande il pathos del linguaggio, sottile la minuziosita dei particolari evocati. E il dramma di un popolo, di una guerra che lacera, annienta membra mente e spirito lasciando sprofondare l'uomo nel baratro della distruzione. Il capitano Petar e stato abbandonato dalla famiglia bisogna liberarsi dei serbi in modo sommario, si tratti pure di un marito o di un padre, ritorna alla mente Vercingetorige che nell'acme della campagna gallica fu costretto a liberarsi delle mogli e dei figli. Ecco Mario, capitano croato, sotolineare Tutto e andato via col vento: si perdono valori, ideali che hanno fatto vivere e combattere. E cosa resta? L'assurdita, il paradosso del fratricidio. La tragedia vissuta dai due capitani da Petar che non fa distinzione tra pane serbo e pane croato, e la tragedia dei loro soldati, di tutto un popolo depauperato dei suoi diritti civili e umani, perso in un grido di aiuto senza risposta.

Prof. Laura Liberati
Membro dell’Alta Commissione di Lettura
Internazionale di Edizioni Universum
(Premio internazionale LIBRO D’ORO 2004, Italia)


“La roulette balcanica” di Drazan Gunjaca, un sipario aperto sulla fatica del vivere, incastonata nell’impervia storia del composito popolo slavo.

Incisivo e denso di implicazioni, è l'incipit della prefazione stilata da Mr. sc. Srdja Orbanic: “Godot è arrivato”.
Contrariamente a quanto avviene nel dramma di Samuel Beckett, ove i personaggi Vladimir ed Estragon sono in aspettativa di un misterioso ed oscuro Godot, attesa sempre procrastinata sine die, in questa opera dalla spiccata tipologia teatrale, i capitani Petar e Mario, l'uno capitano serbo, l'altro croato, sperimentano il farsi di una tragedia programmata, obliquata verso il suicidio.
Lo attesta, fra i tanti interrogativi capitali, quella frase: “Mi sparo in divisa o in borghese?” del protagonista in assoluto.
Si desiste peraltro a lucide argomentazioni di Petar, sulle modalità da adottare al momento dell'estremo gesto.
Concorrono alla drammatica scelta, come si evince dallo snodarsi del lavoro, una serie di cause e concause che, se non la giustificano a pieno, contribuiscono alla comprensione del contesto.
Un groviglio di pensieri, di passioni, con un fondale storico ben delineato: ora, mezzanotte; mese, settembre; anno, 1991; luogo, Pola. L'unità di tempo, di luogo dell'azione ingenera il dialogo serrato fra i due amici; stringe l'astante (o il lettore) sommovendone il piano emozionale, sì che egli non ha via di fuga, come si verificava nel V secolo, a.C., assistendo alle tragedie di Eschilo (ferme restando le articolazioni della tragedia antica).
La tematica del suicidio non è nuova nella letteratura di ogni tempo ed è humus culturale.
Io privilegio il rimando ad una significativa “Operetta morale” di Giacomo Leopardi: “Il dialogo fra Plotino e Porfirio”. Il colpo d'ala riceve impulso dalle luminose parole rivolte a Plotino: "Viviamo Porfirio mio e confortiamoci insieme /.../ per compiere nel miglior modo possibile questa fatica della vita".../ E quando la morte verrà non ci dorremo /.../ ci rallegrerà il pensiero.../ che poiché saremo spenti".../ (amici e compagni) "molti ci ricorderanno e ci ameranno ancora...".
È da osservare tuttavia la natura dello scritto leopardiano essere teorico-pedagogico, lo specifico del teatro è invece la ribalta emblematica della vita stessa; qui subentra il fatto interpretativo e creativo; ininterrotta la tensione fra parole e rappresentazione.
Mancando poi il canonico Prologo, si entra nella vicenda in medias res.
Drazan Gunjaca, dopo circa trentacinque pagine di una sorta di stringente contraddittorio, mentre sembra aprire uno spazio di distensione psicologica, non lascia alcuna tregua. La sezione è solo in apparenza 'farsesca' scorrendo in un alveo tragico. Quella sorta di intermezzo (pagg.. 55-60) quando affluiscono sulla ipotetica scena, avvicendandosi convulsamente alcuni comprimari, ben caratterizzati quanto ai gradi dell'esercito, assolve il ruolo di approntare ogni dato utile per la catabasi.
Anche gli oggetti, come il telefono, sono bruttati dalle macchie del sangue di Petar. II sipario cala sulle lacrime dell’amico, mentre l'autore sorprende l'astante: la voce di Mario, coprotagonista, esalta il silenzio di una creatura ormai immateriale. In un vicino futuro, provenendo da aree insondabili, il silenzio di Petar potrà comunicare Verità. Il Gunjaca denota una sottile e consumata perizia artistica; esemplificativo, il fatto che la differenza fra la roulette russa e quella ‘Balcanica’ sia dichiarata nelle ultime battute.
Alla domanda smarrita di Mario: “Cos’è la roulette balcanica?” l'altro di rimando: "È come quella russa, solo che si fa con la pistola che ho in mano”.
Vorrei ora soffermarmi sugli elementi fondanti dell'opera.
Una nota dominante è la denuncia contro la guerra che “dagli albori del mondo continua ad insanguinare la Terra”. Per quanto è vibrato il grido sulla guerra, miserrimi gli uomini di potere, capaci di cambiare casacca, intorno ai quali ruotano gregari, repressi, o peggio, il cui unico scopo è quello di ostentare l'investitura di vassallo.
Petar, il protagonista, come ho già asserito, è dilacerato per l'improvvisa fuga della moglie Ana, croata, che ha portato con sé i figli in Dalmzia. È uno stato di fibrillazione, come padre (argomento di folgorante attualità) tormentato dalla prospettiva che i figli perdano l’estimativa verso di lui e che non siano educati all'amore.
Le sorti della famiglia s’intersecano con la ragione di Stato.
Per tradizione, come Serbo, in quest'ultimo ha sempre creduto, come alla patria; ora non vede che epurazioni e biechi nazionalismi ed ha una crisi d’identità.
Da voci fuoricampo, da fatti episodici si avverte lo sfascio dell’esercito ed il caos generale: alterne vicissitudini che hanno attraversato, per un lungo spazio di secoli, i popoli di ceppo slavo. Scorrono a balzi sequenze di momenti epocali, e nell'ambito politico-sociale ed in quello ideologico. Cosicché non mancano riferimenti a Josif Broz, ossia Tito, schegge del primo e del secondo conflitto mondiale.
Nei fumi dell’alcol il capitano Petar pretende che il suo amico fedele gli sia vicino, mentre è alla disperata ricerca delle radici e del retaggio culturale comune. Non a caso viene citato il poeta Kranjcevic dal filone realistico-psicologico; il principe vescovo montenegrino, Njegos dai componimenti di carattere popolare.
Si scopre che nelle fasi di solitudine profonda, Petar sia stato toccato dalla fede: lo prova il riferimento alla Sacra Bibbia la cui lettura lo poteva avvicinare e riconciliarlo alla cara moglie Ana.
La fede in Colui che guarda al cuore dell’uomo e non fa distinzione fra un serbo ed una croata.
La fusione con l’amico Mario, stremato nel vedere il fallimento della sua impresa, durata per tutto il corso del dialogo, culmina nel momento struggente allorché i fratelli, amici, cantano e ascoltano i rispettivi inni nazionali.
Un prodotto creativo che scuote chi legge: mantiene un registro alto di valori, non intaccato dal linguaggio realistico, attagliato alle congiunture ambientali. Le tinte contrastanti, per parlare sotto metafora, potrebbero riflettere una sorta di luce caravaggesca, gemmata non da precisa fonte come nelle pitture fiamminghe, ma scaturita dall’interno dei soggetti trattati e dal sapiente uso del colore.



di Vincenzo Lombino redattore di Impatto Sonoro
http://www.faraeditore.it/html/recensioni/rouletteimpatto.html

Tutto parte volutamente da un'associazione tra la storia narrata e Aspettando Godot, come se nel dramma di Gunjaca i protagonisti Petar e Mario dovessero prendere il posto dei precedenti Vladimir ed Estragon. E, quando il Godot da tutti atteso arriva in una notte del settembre 1991, la vicenda può avere inizio. Soli nella stanza con un posacenere pieno, mezza bottiglia di cognac e le loro pistole, i due amici cominciano a parlare tra di loro della guerra e di cosa sia adesso l'uomo, plasmato dal sangue versato per la patria.
È la morte degli ideali e degli obiettivi, perché la guerra ti ha preso sia i primi che i secondi.
Ed è così che la storia inizia a raccontarsi, con Petar che ha mandato a fanculo tutta la politica e tutto l'esercito, sia serbi che croati, e che è stato abbandonato dalla moglie e dai figli senza una spiegazione. Petar che ha perso tutto e dunque non può più perdere nulla. Petar che ha smesso di credere allo stato e che si rifiuta di vivere nella sua stessa nazione come straniero, come nemico o invasore, ma che allo stesso tempo non accetta di vivere altrove. Petar che ha deciso di uccidersi.
Il dialogo tra i due è così ben organizzato e in piena sintonia che diventa quasi un monologo, come se fossero un'unica persona in conflitto con sé stessa e come se si stesse decidendo per il sopravvivere o meno di una parte di essa.
La drammacità della situazione (sia esterna che interna) è accentuata dall'ironia, come se la risata fosse l'unica cosa che la guerra non è ancora riuscita a portar via. Un'ironia che mi ha fatto pensare a quella di Mordecai Richler anche se, essendo un'opera teatrale, sarebbe più facilmente riconducibile alla tragi-comicità di Pirandello. Ma le sferzate con cui Gunjaca colpisce la politica e la mentalità della popolazione sono troppo dirette e pungenti per essere paragonate allo scrittore siciliano, anche se ad un tratto l'autore ironizza proprio utilizzando Pirandello, ma in un modo che lascia intravedere tutto il dolore e la sofferenza dietro la battuta:
ANTE: Grazie. Mi scusi, ma voi due, lei e Petar, siete strani personaggi.
PETAR: Sì, lo siamo. Troviamo l'autore sempre quando sarebbe meglio non trovarlo.
E l'opera ha il suo culmine in 7 battute:
PETAR: Hai mai giocato alla roulette russa?
MARIO: Non sono mica matto. Vista la fortuna che ho, anche se fosse scarica riuscirei a spappolarmi le cervella.
PETAR: E alla roulette balcanica?
MARIO: Cos'è la roulette balcanica?
PETAR: Come quella russa, solo che si fa con la pistola, questa che ho in mano.
MARIO: Sei matto? Per prima cosa la roulette russa è di per sé un'idiozia, e poi si usa la rivoltella e non la pistola. Con la pistola sei morto di certo, non c'è alternativa.
PETAR: È quello che ti sto dicendo, la roulette balcanica, quella senza alternativa.
Infine, vi comunico che a Belgrado hanno deciso di girare un film utilizzando come base Roulette Balcanica: nonostante, come avete capito, penso che sia un'ottima opera teatrale, dubito fortemente che si possa trarre un film di alto livello. Certo non è impossibile, ma, basandosi il dramma principalmente su una specie di monologo, sarà dura mantenere costante l'interesse di uno spettatore. Non è detto che un libro interessante possa diventare un film interessante: dipenderà dal regista.
Spero comunque che possa nascerne un buon film e che (se il Dio commercio ci assiste) possa venire trasmesso anche in Italia.

Vi do qui di seguito alcuni link che si riferiscono al libro e/o al film:
www.drazangunjaca.net/balkanskirastanci/ITA_site/ITA_index.htm
www.montage.co.yu/_sgg/m2_1.htm
Vi risparmio gli infiniti premi di grande importanza che il libro ha vinto, tanto non se ne fotte nessuno dei premi, ciò che conta è l'Arte e vi assicuro che qui l'Arte c'è.


Marcello Tosi
Corriere Romagna, 21.03.2004
Roulette balcanica Premio Nuove Lettere per Drazan Gunjaca

www.vigata.org

Già vincitore di numerosi prestigiosi riconoscimenti, come il Premo Viaggio Infinito 2003 per il teatro (in giuria tra gli altri Barbieri Squarotti, Cardini, Mercurio), Drazan Gunjaca si appresta con il suo Roulette balcanica, edito dalla Casa Editrice riminese Fara, a ricevere oggi a Napoli il primo premio nella sezione ‘Romanzo edito’ della 13ª Edizione del Premio Nuove Lettere, indetto dall’Accademia Letteraria Europea di Nuove Scienze. Definito da Andrea Camilleri “un tragico dialogo senza uscita, come un duello sulla morte, sull’assurdità dei conflitti e della guerra”, in quest’ultima parte della fortunata trilogia sulla guerra nei Balcani, dopo A metà del cielo e Congedi balcanici (tradotto e pubblicato in vari Paesi), lo scrittore croato ha voluto alludere alla morte come al risultato di un ‘gioco’ perverso, che catapulta uomini semplici in un esistenza dolorosa, insanabile, come nella storia di Petar, uno dei protagonisti, che sente i valori crollare sotto il peso di una memoria lacerata dalla guerra.“Ideali? Gli uni li fanno nascere, gli altri li giudicano e i terzi muoiono per loro”, abbiamo letto recentemente nelle sue Confessioni di un vecchio poeta pubblicate su ‘Faranews’. “Arriverà mai una generazione che non sentirà il peso dei ricordi altrui? Che darà ascolto solo ai propri ricordi? Mai. E non solo daqueste parti. Con i ricordi degli altri uccidiamo il futuro”.

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Emilio Diedo (Punto di Vista, n. 41/2004, Italia)

Drazan Gunjaca e Croato di Pola. Roulette Balcanica e un “dramma contro la guerra”. La presente e la versione in italiano, parallela a quella tedesca e statunitense.

Quest'opera teatrale e stata premiata, tra gli altri riconoscimenti nella varie versioni linguistiche, anche al Concorso letterario “San Maurelio 2004”.

La trama, ad atto e scena unica, ha per personaggi principali due capitani della Marina militare, l'uno serbo e l'altro croato: Petar e Mario. L'azione e ubicata nello spazio striminzito di un appartamento condominiale di Pola. L'epoca di riferimento e la fine del settembre 1991, apprestandosi la mezzanotte.

La famosissima canzone di Iva Zanicchi, La riva bianca, la riva nera potrebbe essere il motivo canoro ispiratore del dramma. All'indomani della dichiarata, storica, secessione tra la Serbia e la Croazia, quelli che fino ad allora erano un unico esercito, un'unica patria, un'unica bandiera, improvvisamente divengono motivo di divisione, sancendo un nemico all'interno dello stesso esercito. E di un'unitaria patria e bandiera ne scaturiscono due a due: una patria in conflitto con un'altra, due bandiere avverse. L'unita di uno stato si sdoppia in due antitetici modelli politici, religiosi e sociali. Anche i due capitani protagonisti, dapprima amici per la pelle, tutto d'un tratto sono amici-nemici. Un'antitesi inumana ma soprattutto assurda, che tuttavia non si conclude nel suo naturale ossimoro bensi si allarga ad un paradosso ancora piu tragico. Il capitano Petar, che, come anticipato, e di origine serba, avendo sposato una donna croata, si trova suo malgrado ad essere nemico di sua moglie e della sua stessa famiglia.

L'abnorme sviluppo delle circostanze lo portano, in una lucidissima folata dialettica, alla conclusione che la sola possibilita di salvare la faccia, dinanzi alla prole piu che dinanzi alla consorte, e il suicidio. Il mezzo e la roulette balcanica, una roulette russa senza via di scampo. Il destino dell'ufficiale serbo non e lasciato al caso di una probabile pallottola, quale potrebbe essere esplosa dal tamburo, a carica alterna, di una rivoltella. No, ahime! La risoluzione e univocamente riposta nel congegno di caricamento di una pistola che, per sua struttura, non consente nessunissima speranza di uno scatto a vuoto.

I. Grguric
(Gradanski list, Novi Sad, Serbia, 2 Novembre, 2004)

estratto Disperazione, roulette, linguaggio da guarnigione

Trattando i temi "balcanici", il tempo in cui "neanche il destino ha piu pazienza per la gente normale", e "le nazioni delle quali nessuna ha il diritto esclusivo alla sofferenza", Drazan Gunjaca restituisce alla guerra Serbo-Croata quella dimensione che e stata l'unica ad appartenere a questa guerra dall'inizio - la dimensione dell'assurdo. Pubblicati in un volume unico intitolato simbolicamente Godot e arrivato, i drammi di Gunjaca, la Roulette balcanica e l'Acquerello balcanico, ci raccontano i disastri, il disorientamento e l'assurdita della vita, come pure l'assurdita anche piu grande della morte. L'inesistenza di risposte alle domande poste, l'impossibilita di trovare una via d'uscita che premetterebbe di preservare la dignita umana e l'inaccettabilita del nuovo ordine delle cose si impongono quali realta in cui neanche la morte risulta una buona soluzione, perche in guerra neanche i morti possono rimanere neutrali.



 

    15. Tiziana Carpinelli, IL PICCOLO, Trieste, Italia, 04.03.2006.

 

Al Miela il testo di Drazan Gunjaca adattato per le scene da Gianfranco Sodomaco

Anime divise dalla «roulette balcanica»

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   16.  Mary Barbara Tolusso

 IL GAZZETTINO (04.03.2006.) Italia

È il gioco delle identità a compilare lo spettacolo "Roulette Balcanica" di Drazan Gunjaca, messo in scena l'altra sera al Teatro Miela per la regia di Gianfranco Sodomaco. Lo dice già il titolo, "roulette", appunto, qualcosa che assomiglia al rischio, alla casualità soprattutto. Ma non c'è un vincitore e un vinto. In questo caso il "gioco" declina il tema al dramma, se pur, in alcuni tratti, con ironia. Peter (Mauro Tancovich) e Mario (Janko Petrovec) sono due amici, ufficiali rispettivamente dell'esercito serbo e croato, anche se il secondo ha deposto la divisa. La pièce si svolge sul filo rosso di una decisione, il suicidio di Peter, incapace di accettare un conflitto che distrugge un concetto identitario costruito negli anni, forse nei secoli. Da qui l'ironia del tutto, la casualità di un senso esistenziale che la guerra rimarca e così facendo la perdita degli affetti, della terra, dei propri obiettivi, di se stessi.A sottolineare l'assurdità di "cambiamenti" (ideologici più che di frontiera) a cui i Balcani si devono rassegnare, ha il suo effetto la scena centrale, quando nella stanza di Peter e Mario irrompono la polizia croata e la polizia serba, apparentemente nemiche, intimamente solidali nei sentimenti di umanità e fratellanza (un poliziotto croato salverà la vita a un agente serbo). Insomma un'identità, come si diceva, che "gira" in base alla volontà altrui, che annulla ogni possibilità di scelta, almeno per Peter (un bravo Mauro Tancovich, ma che a tratti veste i panni di una sofferenza un po' troppo equilibrata). Sul "confine" opposto spicca invece Fabio Musco (agente croato), preciso e puntuale nell'intervento ironico. Una regia asciutta, lineare, guida la rappresentazione, arricchita da alcuni brani musicali e video opportunamente inseriti. Unica stonatura: la liberazione dei lunghi capelli dal berretto militare di un soldato bosniaco, alla fine dell'inno nazionale, con tutte le evocazioni che il gesto implica, l'effetto tuttavia è quello di uno spot da balsamo. Applausi.

 

  17. Primorski dnevnik

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  18. Darla Deghenghi (La voce del popolo, 11.05.2006.)

«Roulette balcanica» in scena a Pola, al Teatro popolare istriana

Il dramma di una terra in cui l'inno nazionale vale molto piu dello stomaco pieno

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  19.   (da LETTERATURA ITALIANA, Poesia e narrativa dal Secondo Novecento ad oggi, Bastogi, Editrice Italiana, 2007)

Drazan Gunjaca, avvocato croato in Pola, è letterato dedito alla poesia, alla narrativa ed al teatro per il quale ha pubblicato “les pièces” drammatiche Il lato in ombra della ragione e Roulette balcanica, che ci giunge tradotta dal croato da Srdja Orbanic e Danilo Skomercic. Trattasi di una farsa tragica i cui protagonisti sono due ufficiali dell’ex esercito federale che si ritrovano da due parti opposte, per gli eventi politici di cui tutti siamo a conosenza. Il tempo dell’azione è il fine settembre del 1991, verso mezzanotte. Il luogo è il soggiorno di un appartamento al quarto piano di un condominio a Pola, arredato con gusto, ma sobriamente: un divano, due poltrone, un tavolino e uno scaffale, sul quale c’è un televisore acceso benché le trasmissioni siano già terminate, qualche vaso di fiori in un angolo della stanza. I personaggi protagonisti sono: Petar capitano dell’esercito Serbo e Mario capitano dell’esercito croato. I comprimari sono in ordine: un poliziotto militare, due poliziotti croati, il medico con l’infermiera ed un vicino di casa di Petar, questo per dire che la pièce ha facile rappresentabilità teatrale. Petar e Mario sono a confronto ed uno, il serbo, dovrà cancellare le norme deontologiche e gli ideali di cui era stato portatore; in questo iato e questa dicotomia si andrà sino alla fine che non riveleremo per mantenere viva la “suspence”. La conversazione a due, alla quale si aggiungono altre voci, si trasforma in dramma, come già preannunciato e sotteso nella metafora del titolo della piéce, nell’urgente ricerca di una lingua aderente al nostro parlato generazionale, sapientemente costruito in modo strutturale, riattualizzando le gesta del comunismo, di cui i due protagonisti sono conoscitori, così come è stato vissuto nella Jugoslavia, considerandone la fine ed il relativo disfacimento di rapporti fra individui e la loro vita di relazione che in qualche modo sembra intaccata dagli infausti eventi. Così lo scrittore si pone con “Understatement” accattivante dal punto di vista del linguaggio, ma anche per rigore di osservazione e di idelologica oggettività, per precisione temporale, che in tal caso rimane statica, mentre le repliche interdialogiche sono piane e di lunga estensione, e la contaminazione lingustica ha talora tocchi di grado infimo, pur mantenendosi la scrittura a livello di hi-tech, son architettura solida i ben costruita. I grandi processati del dramma sono: la guerra e gli assurdi conflitti etnico-religiosi, specialmente quelli tra musulmani e cattolici, ma anche i poteri non democratici, che creano nell’uomo sterilità e dissociazione. L’autore parla di persone concrete e di fatti veri, che appartengono al nostro vissuto, ed il suo messaggio vuol essere reale e propedeutico, anche attraverso quegli intecalari di turpiloquio che ormai fanno parte della vita dei più giovani. Lo scrittore costruisce l’introduzione con due exergo, uno dei quali recita: “Fare del male non è, in verità, così diabolico quanto… il suo rinomarlo bene. Ciò significa togliere a tutte le morti la loro importanza, capovolgerle, leggerle all’inverso… Capovolgere e da dentro abbattere i criteri della verità. E alla fine, nella bocca della verità mettere le bugie!” (da “La parte del diavolo”) autore Denis de Rougemont. Opera, dunque, che evidenza una difficile normalità, inquietamente negativa e redentiva allo stesso tempo, dove c’è complessità psicopatologica e critico letterario di Novi Sad, Serbia Rastislav Durman, a proposito di Gunjaca ci dice: “… il ritmo quasi impazzito di un rondò è procedimento caratteristico dei romanzi di Gunjaca (si può parlare di un certo tipo di ritmo come costante dello stile di Gunjaca). Dopo il climax all’azione subentra la calma…” Ma sappiamo che lo scrittore è anche poeta, infatti ha all’attivo una raccolta di poesie dal titolo Quando non ci sarò più che attendiamo tradotte. Riconoscersi nella modernità, oggi come mai, significa calarsi nella storia, per cui queste traduzioni che ci permettono scambi culturali a livello eurepeo, ben giungano provvidenziali per aiutare l’Europa stessa ad aprirsi ad una prospettiva più universale.

(da LETTERATURA ITALIANA, Poesia e narrativa dal Secondo Novecento ad oggi, Bastogi, Editrice Italiana, 2007)

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